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Navi
negriere: il caso “AMISTAD”
Antonino Rallo (dal
Notiziario giugno 1998 sez.Italiana Amnesty International) Era
un gioco semplice e brutale. Abolita in Europa, la schiavitù era diventata la
base economica delle colonie spagnole, portoghesi, olandesi e inglesi nelle
Americhe. Le navi negriere percorrevano vere e proprie rotte triangolari
attraverso l’Oceano: dall’Europa trasportavano verso i porti dell’Africa
armi, stoffe, utensili di metallo, alcool. Queste merci venivano
scambiate con gli schiavi che mercanti arabi, africani
o europei stessi provvedevano a far catturare ed arrivare dai territori
dell’interno. Poi le medesime navi, con il loro carico di sofferenze e
brutalità, puntavano la prua verso le coste americane, dove gli africani
incatenati erano scambiati con zucchero, cotone, tabacco ed altre merci
coloniali da rivendere in Europa. Si calcola che oltre 20 milioni di africani
siano stati catturati e imbarcati in catene sulle navi dirette nelle Americhe;
circa un quarto di loro morì di stenti e sevizie durante il viaggio. Lo
sporco traffico era così lucroso che nel 1600 gli inglesi crearono perfino
una società specializzata nel traffico di schiavi neri, la Royal African
Company. I registri della compagnia ci informano che attorno al 1680 salparono
al suo ordine dalle coste africane ben 26 navi l’anno, trasportando in tutto
circa 5200 schiavi, stipati in gruppi di duecento prigionieri a viaggio,
incatenati l’uno accanto all’altro. Di
traffico di schiavi neri si occupa un film di Steve Spielberg, che tratta di
un caso avvenuto realmente nell’estate 1839, quando una misterioso veliero
spagnolo carico di schiavi, l’Amistad, fu visto ancorarsi al largo di Long
Island, nello stato di New York. Era una goletta dipinta di nero, dallo scafo
lungo e basso. Una nave della guardia costiera americana catturò l’Amistad
e la condusse al porto di New London, nel vicino Connecticut, dove
si scoprì
che la goletta era stata sequestrata da 53 schiavi neri mentre stavano
per essere trasportati da una località all’altra dell’Isola di Cuba.
Dell’equipaggio spagnolo, dopo l’ammutinamento degli schiavi, erano
rimasti in vita solo due marinai, che diedero la loro versione dei fatti. Il
capo della rivolta, Sengbeh Pieh, soprannominato “Cinque”, e i 38 altri
schiavi sopravvissuti furono accusati di omicidio e pirateria e condotti al
tribunale della vicina New Haven. In quel momento iniziò uno dei più
straordinari processi nella storia dei diritti umani, che avrebbe appassionato
e diviso l’opinione pubblica americana. Stephen
Courtney, dell’”Amistad Research Center” dell'università di Tulane, in
Louisiana, spiega come l’importanza del “Caso Amistad” fu notevole per
più di un motivo: prima di tutto perché permise di gettare luce in maniera
chiara e documentata sul dramma di milioni di africani condotti in schiavitù
nelle Americhe; ma anche perché quella di Cinque ed i suoi compagni fu
l’unica storia a lieto fine di schiavi neri che poterono tornare in patria.
Vale la pena di riassumere la vicenda, basandoci sugli atti del processo. Nella
primavera del 1839, nella zona di Mende, nell’attuale Sierra Leone, un
certo Mayagilalo non riusciva a pagare un debito. Le regole locali sul
pagamento dei debiti
erano particolarmente crudeli. O il debitore diventava schiavo della
persona cui doveva il denaro, o rapiva un membro di un altro villaggio per
venderlo a chi forniva di schiavi le navi negriere spagnole. Mayagilalo non
ebbe alcun dubbio sul da farsi e così Sengbeh Pieh,
tranquillo piantatore di riso che viveva nei dintorni, fu rapito una
sera da quattro uomini armati e venduto agli spagnoli come schiavo.
I compratori (la Spagna aveva abolito la tratta degli schiavi
ufficialmente nel 1820) ribattezzarono il malcapitato Josè Cinquez e lo
trasportarono illegalmente a Cuba, dove i suoi documenti vennero falsificati
per dimostrare che era nato nell’isola caraibica, in cui la schiavitù era
ancora permessa dalla legge. Sengbeh
ed altri 52 compagni di sventura vennero rivenduti a due proprietari terrieri
e imbarcati con loro sulla goletta costiera Amistad per raggiungere una
piantagione posta in un’altra parte dell’isola. Venti contrari e tempeste
tropicali funestarono la navigazione; le provviste di bordo finirono
rapidamente. Affamati e assetati, gli schiavi chiesero al cuoco di bordo cosa
sarebbe stato delle loro vite. Questi si inventò una macabra risposta che gli
sarebbe costata la vita: a gesti spiegò agli
africani inorriditi che sarebbero stati fatti a pezzi e cucinati. La
notte successiva Sengbeh, spinto dalla forza della disperazione, riuscì ad
allentare una maglia della propria catena e
liberare i propri compagni, che si procurararono dei machete. Nell’
ammutinamento che seguì il capitano della nave e il cuoco persero la vita,
mentre il resto dell’equipaggio fuggì a bordo di una imbarcazione. I due
proprietari terrieri vennero tenuti in vita dai rivoltosi con la speranza che
li aiutassero a tornare in Africa. Sfruttando
il fatto che gli africani erano a digiuno di nozioni nautiche, i due spagnoli
seguirono una strana rotta a zigzag, sperando che qualche nave militare si
incuriosisse e fermasse l’Amistad. Ecco spiegato come la goletta si ritrovò
in un porto degli Stati Uniti e
Sengbeh e i suoi
38 compagni sopravvissuti alla navigazione, accusati dagli spagnoli,
furono messi sotto
processo per omicidio e pirateria. Sotto processo, quindi, ma pur
sempre in uno stato dove la schiavitù era stata già abolita e dove molti la
reputavano una usanza barbarica indegna della democrazia americana. Seguì una
serie interminabile di udienze che appassionarono l’opinione pubblica,
divisa in due fazioni. Tra coloro che invocavano una dura punizione per
Sengbeh e i suoi compagni c’era l’allora presidente degli USA Martin Van
Buren; tra gli innocentisti spiccava invece un collegio di difesa
multirazziale composto da militanti abolizionisti dello schiavismo. Sengbeh e
i suoi compagni furono al centro di una crescente curiosità da parte della
popolazione della Nuova Inghilterra: addirittura fu fatto pagare un biglietto
speciale di 6 centesimi di dollaro per chi li voleva vedere in prigione. A New
Haven, nel locale museo delle cere, vennero create riproduzioni degli
ammutinati dell’Amistad, mentre un enorme dipinto su tela
di 50 metri che raccontava la storia di Sengbeh fece il giro di molte
città. Il
processo andò per le lunghe, mentre Sengbeh appariva sempre più sfiduciato e
depresso: come capo della rivolta era tenuto incatenato e
separato dagli altri prigionieri. La svolta si ebbe quando gli
abolizionisti convinsero l’anziano ex-presidente
degli Usa, John Quincy Adams, a portare il caso davanti alla Corte
Suprema, che diede ragione agli africani. Il 9 Marzo 1841 i prigionieri della
Amistad erano di nuovo liberi.
Ad Adams Sengbeh inviò questo ringraziamento di ispirazione biblica:
“Le nostre anime sono fuggite come prede dai lacci degli uccellatori. I
lacci
sono
stati
spezzati e noi ora siamo liberi.” Ancora
oggi si stimano
250 milioni gli esseri umani che vivono in schiavitù. Per non
dimenticarlo, vale la pena ricordare una frase di un grande afroamericano,
Martin Luther King: “L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla
giustizia ovunque”. Sengbeh e gli altri africani
della goletta
Amistad lo sapevano bene. |