Calamaro gigante

ed altre storie di mari e di pesca

di Antonino Rallo

Calamaro gigante a Maréttimo |Delfini alle Baleari| MastroTore ed  i coralli di Marettimo | Salmoni in Alaska | Scorfani e Cipolle a Trapani |Occhiate a P.S.Anna | Nota per i lettori

 Dicembre 2001

Il nostromo si voltò e rivoltò sul letto per l'ennesima volta. A cena la frittura di trigliòla l'aveva mangiata con troppo gusto e prescia, e così aveva cominciato a fare sognacci dal momento stesso in cui aveva appoggiato la testa sul cuscino.

Verso le tre, complice l'insonnia che volentieri si accompagna ai vecchi naviganti, si svegliò madido di sudore, per vedere un'ombra biancastra accomodata sulla sedia di vimini accanto alla testiera del letto. Mentre si stropicciava gli occhi per mettere meglio a fuoco quella inaspettata presenza nella sua camera, il nostromo ringraziò il cielo che la moglie in quel momento non stesse accanto a lui, avendo preso quello stesso pomeriggio l'aliscafo per Trapani per andare a sbrigare alcune faccende di famiglia.

Man mano che i contorni dell'ombra seduta accanto al comodino si precisavano, il nostromo cominciò a sentire nella camera non solo odore di salmastro, ma anche uno sgocciolio leggero di acqua che cominciò a spandersi sul pavimento, arrivando a lambire i piedi del letto in un batter d'occhio.

Il vecchio navigante non si sorprese però del tutto quando si rese conto che davanti a lui stava seduto un calamaro di una ventina di chili, uguale in tutto e per tutto a quello che aveva catturato qualche mese prima e messo in un amen nel congelatore di casa. Solo da pochi giorni il calamaro era stato cucinato, durante una cena memorabile alla quale aveva invitato gran parte degli isolani che rimangono a svernare a Marettimo.

Per un po’ i due esseri, il pescatore ed il pescato, si studiarono in silenzio. Poi, mettendosi comodo sulla sedia di vimini ormai inzuppata d'acqua, il grosso calamaro iniziò un curioso dialogo notturno con il marettimaro, a cui chiese con insolenza di declinare le generalità.

Nostromo: -Mi chiamo Salvatore B., ma come mi chiamano a Marettimo non te lo voglio dire. Se vuoi saperne di più, puoi andare al Museo del Mare, dove potrai leggere informazioni dettagliate sotto una mia foto, in cui sto ripreso assieme a un gran calamaro appena pescato. Ad essere sincero, trovarmi in un museo mi ha fatto un po' impressione, visto che in quei posti si mettono cose vecchie e stravecchie, ed io ancora una certa picciottanza me la sento.

Calamaro: -Non fare il modesto. Tu al museo ci sei andato da vivo; io, invece, ci sono finito da morto. Eppure avevo altri progetti, quando mi avventurai con la mia compagna nelle acque dello Scalo Nuovo.

Nostromo:- A farci cosa?

Calamaro:- Mah, stavamo cercando acque pulite e abbastanza tranquille per passare qualche settimana in santa pace. Poi abbiamo incontrato la persona sbagliata.

Nostromo:- E sarei io la persona sbagliata? E che dovevo fare, lasciare un calamaro da sedici e passa chili andare a spasso a due palmi dalle mie braccia? Che poi sono braccia belle forti e citrigne, che non sanno mai stare ferme.

Calamaro:-Bah, le tue saranno pure braccia forzute, ma non mi sembramo braccia da pescatore.

Nostromo:-Un momento, attento a come parli; io pescatore di professione non sono lo sono mai stato, ma tra barche, mare e pesci ci sono nato e cresciuto.

Calamaro:- E poi che lavoro hai fatto? Il farmacista, il fornaio, l'impiegato, il muratore? Da come mi hai preso sembrava che avessi fatto il gladiatore nei film di Maciste.

Nostromo:- Non allargarti troppo, calamaro fiacco e linguto, che io sono stato nostromo sulle navi; anzi, a essere più precisi, ho navigato sui ferribotti che attraversano lo Stretto.

Calamaro:-E quella la chiami navigazione? Due miglia e sei arrivato; riparti, altre due miglia e sei di nuovo arrivato.

Nostromo:- Due miglia di navigazione, è vero; ma tra Scilla e Cariddi, con mille braccia di fondo e correnti traditrici. Uno che la sapeva lunga, quel mare sai come lo chiamava?

Calamaro:- No, e nemmeno m'interessa.

Nostromo:- E io te lo dico lo stesso. C'era un signore allittrato che quel tratto dove ho navigato per anni ed anni lo chiamava così: "Mare tormentoso, oceano anzi, oceano sotto mentite spoglie". Un oceano popolato di pescispada e fere; altro che le trigliozze di cui ti sei rimpinzato prima che ti catturassi.

Calamaro:-Catturare è una parola un po' pretenziosa."Acchiappare" è forse la parola giusta. Mentre mi sentivo mancare l'aria perché mi avevi strappato il sifone e tramortito di botte, pensavo a tante cose. Pensavo alla mia compagna, con cui avevo fatto viaggi lunghi e bellissimi nelle strade fresche e silenziose degli oceani. Soprattutto pensavo come stavo finendo i miei giorni: non pescato con ami traditori e lenze invisibili, ma acchiappato come un coniglio abbagliato lungo uno stradone forestale. Ma voi, pescatori veri in quest'isola ne avete mai avuti?

Nostromo:- Quanti ne vuoi. I Maiorana, ad esempio, soprannominati "Broccoli". Si, come i broccoli, quelli con cui si fanno le minestre d'inverno, le frittelle a Capodanno e i maccheroni in padella tutto l'anno. I "Broccoli" di Marettimo non erano ortaggi, ma grandi pescatori, veri e propri mastri di cianciòlo. E che dire poi di tutti quegli artisti della sciàbica e del tartarone dei tempi che furono? Anche con i salmoni d'Alaska i nostri si sono sempre fatti onore. Perciò basta lamentarti, che sei andato a morire nel posto giusto.

Calamaro:- Visto che ci siamo, vorrei addomandarti un'altra cosa. Che sapore avevo, quando mi avete mangiato?

Nostromo:-Mi dispiace darti questa soddisfazione, ma le tue carni sembravano suole di scarpe. Sicuramente le tue dimensioni non hanno aiutato a preparare piatti saporiti. Le porzioni erano si abbondanti, ma in quanto a sapore non ce ne era proprio.

Calamaro:- La prossima volta, anziché un calamaro da sedici chili, cerca di acchiappare un polpo maiolino, e vedrai che come sapore e tenerezza ti andrà meglio.

Nostromo:- Hai poco da sfottere. E pensare che se non ti avessi pigliato con le mie stesse mani, saresti morto in qualche angolo di mare triste e dimenticato. Adesso, per lo meno, rendi più interessante il Museo del Mare dell'isola. Certo, se avessi preso anche la tua compagna....

Calamaro:-Lei era una calamaressa troppo sveglia per finire nelle tue mani.

Nostromo:- Di una cosa sono certo: se se prima avessi catturato lei, acchiappare te sarebbe stato ancora più facile, perché i maschi senza femmine s'imminchioniscono che è un piacere.

Calamaro:- almeno per stavolta sono d'accordo con te. Adesso ti lascio dormire e non ti disturbo più. Prima, però, mi devi fare una promessa.

Nostromo:-Quale?

Calamaro:- Che se per caso vedi un altro calamaro gigante aggirarsi per lo Scalo Nuovo, non ti precipiti a catturarlo.

Nostromo:-Per quale motivo?

Calamaro:-Perché potrebbe essere la mia compagna. Ci posso contare?

Nostromo:- Tranquillo, te lo prometto. Tanto al Museo una foto ci basta e ci soverchia.

Calamaro:- Grazie per la gentilezza e buona notte. Adesso puoi essere sicuro che per gli anni a venire non ti rovinerò più il sonno: quello che dovevo fare l' ho fatto.

Detto questo, la sagoma si dissolse in una nebbiolina fredda e tremolante. L'indomani mattina, al risveglio di quello che era sembrato solo un sogno disturbato da una cena troppo abbondante, il nostromo notò che sotto la poltrona di vimini era rimasta come una pozza d'acqua. Allungò il dito verso la macchia e ne saggiò una goccia, per scoprire che era acqua di mare. Ancora mezzo svestito, corse di fretta a procurarsi una redazza per togliere ogni traccia di quella inaspettata visita notturna.. Allo Scalo Nuovo era già arrivato il primo aliscafo da Trapani. Meglio far trovare alla moglie la camera da letto in ordine.

 

 

DELFINI ALLE BALEARI

Cosa sia un nostromo sono pochi, tra i terrazzani, a saperlo. Per loro i nostromi sono dei distinti signori in blu che stanno al timone con una pipa in bocca e la sciarpa al collo, così come suggerisce l' immagine litografata su certe lattine di tonno sott'olio.

Se invece chiedete ad un navigante cosa vuol dire la parola nostromo , forse abbozzerà un sorriso e vi dirà che è un "uomo rude che conduce la ciurma al lavoro". Qualcuno, per dare più autorità alle sue parole, citerà perfino il dizionario dal quale, secondo lui, la definizione è stata presa.

Sulla rudezza del nostromo in quanto tale, non sempre ci si può scommettere; sul fatto che diriga mozzi, giovanotti e marinai nei lavori in coperta, non ci dovrebbero essere dubbi.

A voler essere un pò più precisi, si può dire che ci sono due tipi di nostromo: i "pitturatori" e gli "sbloccatori".

I primi impiegano gran parte dell'imbarco a far picchettare, spazzolare, dare il minio e finalmente verniciare con due mani di pittura tutte le lamiere che secondo loro necessitano di tale trattamento. Ed essendo dei nostromi "pitturatori", si può esser certi che nessuna superficie di bordo verrà trascurata da picchette, spazzole e pennelli per tutta la durata dell'imbarco.

Sennonché, nella loro foga verniciatrice, i nostromi "pitturatori" non solo tralasceranno di far controllare e ingrassare a dovere le centinaia di pulegge, ganci a scocco, arridatoi che attrezzano una nave ma, se possibile, li annegheranno sotto generose pennellate di resine colorate.

È per questo motivo che le compagnie di navigazione ben amministrate, allo sbarco di un nostromo "pitturatore" fanno seguire l'imbarco di un nostromo "sbloccatore".

Questo, seguito da marinai armati di olio penetrante, spazzole, chiavi di tutti i formati, mazze e oliatori, cercherà di rimettere in uso quanto trascurato o addirittura oltraggiato dai nostromi "pitturatori" e dalle loro ciurme.

Franco era principalmente un nostromo "sbloccatore". Quando lui e suoi uomini non erano impegnati a far manovra o ad aprire e chiudere boccaporti durante le soste nei porti, lo si poteva vedere in giro con mozzo e giovanotti di coperta a liberare gruette e verricelli a mano, valvole e tornichetti dalla morsa della ruggine e della sua compagna tenace , la salsedine .

Suo campo d'intervento preferito era il ponte lance, dove in genere impiegava saggiamente diversi giorni a sbloccare e latinare per bene le varie gru, pulegge e manovre mobili trascurate da chi lo aveva preceduto.

Navigava per lo più di lungo corso, sulle carboniere di una grossa compagnia con uffici a Genova.

Una volta però s'imbarcò su di una piccola nave da carico che trasportava un pò di tutto tra i porti dell'Alto Tirreno e il Nord Africa. Si era stancato dei pontili freddi e nebbiosi del Baltico, voleva provare per qualche mese che vita si faceva in Mediterraneo.

Si presentò a bordo poco prima dell'ora di pranzo, a nave pressoché carica.

Che fosse ora di pranzo se ne accorse dal via vai di fornitori e spedizionieri che si accalcavano sul minuscolo scalandrone che conduceva a bordo. In pratica, nemmeno quel giorno il comandante e gli altri poterono consumare in santa pace il pasto principale della giornata; ogni cinque , dieci minuti, qualcuno da terra veniva in saletta a chiedere le cose più impensabili: un numero di telefono, ordinazioni di sigarette da consegnare chissà quando, polizze di carico da firmare sui due piedi e così via. Il bello era che ognuno di quei melliflui scocciatori faceva finta di dispiacersi di interrompere continuamente il desinare di quelli di bordo; come se non sapessero che da sempre, durante le soste nei porti, i comandanti e le altre vittime della loro inveterata maleducazione pranzavano a mezzogiorno in punto: esattamente l'ora in cui essi decidevano di venire a bordo.

Come a nessuno dei marittimi fosse mai venuta l'idea di alzare lo scalandrone durante l'ora di pranzo, proprio come una volta i castelli assediati alzavano il ponte levatoio, era e rimane un mistero.

Franco fu invitato dal comandante a lasciare le valige all'ingresso della saletta ufficiali e a sedersi a tavola.

-È bravo a lanciare un arpione? - chiese il capo di macchina subito dopo le presentazioni di rito.

-È da tempo che non m'imbarco sulle baleniere,- rispose Franco, credendo di fare una battuta spiritosa.

-Ma a caccia di delfini qualche volta ci sarà andato, - ribattè il capo di macchina, serio.

Il dialogo, assieme al pranzo, venne interrotto dall'ingresso in saletta di un fornitore, preso dal dubbio improvviso se le casse di birra ordinate il giorno prima si riferissero a bottiglie da un terzo di litro o piuttosto a lattine della stessa capacità.

Per il resto del pasto si parlò d'altro, ma la mente di Franco rimase distratta dalle frasi pronunciate in precedenza dal macchinista.

Dopo mangiato il nostromo ebbe appena il tempo di portare le valigie in cabina, aprirne una e tirare fuori gli abiti da lavoro.

Qualche minuto dopo era in coperta, dove gli uomini stavano già mettendo i teloni sopra i boccaporti e si apprestavano a fissarli alle mastre, battendo con delle pesanti mazze sui cunei di legno.

Lasciò che i marinai facessero il loro lavoro e si diresse sul castello di prua, per dare un'occhiata all'argano che avrebbe dovuto manovrare di lì a poco. Macchie di olio sparse sulla coperta gli preannunciarono che avrebbe avuto a che fare con un vecchio salpa ancore idraulico. La cosa non lo sorprese, avendo la "Lucia D." trenta e passa anni di onorato servizio; l'importante era stare attenti a dove mettere i piedi durante le manovre e avere sempre della segatura a portata di mano. Ne vide un piccolo sacco poco distante da lui, assicurato con delle sfilacce ai piedi del trinchetto .

Meno familiare gli sembrò un palo di legno di più di due metri di altezza, assicurato alla ringhiera del parapetto di prua, dal lato dritto. Una puleggia era fissata all'estremità superiore del palo.

Il nostromo la guardò in silenzio, stringendo le labbra e abbassando contemporaneamente gli angoli della bocca per esprimere il suo stupore. Gli sembrava che il tutto avesse un'aria funerea, come di forca.

Salparono un'ora dopo. Non appena la nave si lasciò dietro gli antemurali del porto, puntando la prua verso sudovest, Franco ordinò di rassettare i cavi e si diresse in cabina.

Era appena entrato sotto la doccia, che il suono insistente di una campana segnalò emergenza a bordo. Si rivestì in fretta e furia e salì di corsa gli scalini che portavano al ponte di comando.

Il capitano era lì, stranamente solo e nel posto dove meno lo si aspettava in un momento come quello: dietro il timone, intento a fare delle strane accostate, ora a dritta, ora a sinistra. Non sembrava per nulla preoccupato; anzi, aveva perfino un'aria contenta.

-Vai sul castello di prua, svelto, - disse rivolgendosi a Franco -Gli altri sono già tutti lì: ci sono i delfini.

Il nostromo si avviò verso prua, stavolta senza prescia, però; dalle vibrazioni dello scafo si rese conto che stavano andando a mezza forza. L'aria era un pò pesante, non c'era un alito di vento. Una leggera foschia rendeva incerta la linea dell'orizzonte, stemperandone il blu in una tonalità insolita, simile al color carta da zucchero.

Sul castello c'era il resto dell'equipaggio, dal mozzo al capo di macchina. Quest'ultimo si era sporto pericolosamente fuori bordo, tenendosi con un braccio e le gambe alla ringhiera di prua. Con l'altro braccio teneva a fatica una lunga asta di ferro, assicurata all'estremità ad una cima passante per la puleggia. Era un arpione.

Sotto la prua alcuni delfini giocavano con i piccoli vortici che da lì si dipartivano; gli animali vi si immergevano per poi venire a galla, spesso con una piroetta, sotto il mascone di dritta: sembravano incuriositi dalla strana figura sospesa sull'acqua.

Il primo lancio andò male; la vittima designata, un delfino di piccola taglia, schivò per un pelo l'asta acuminata, che venne rapidamente recuperata a bordo. L'arpione tornò di nuovo nelle mani del capo di macchina che, come lanciatore, dava l'impressione di essere alle prime armi. Sembrava avesse troppa paura di cadere fuoribordo, per potersi concentrare al tiro come avrebbe voluto.

Fu al terzo tentativo che un grosso delfino dai movimenti un pò più lenti degli altri venne arpionato. Cercò di liberarsi lanciando alte grida, come quelle di un bambino che stesse subendo un'estrema violenza.

-Issa, issa che lo perdiamo!- gridò agli altri il capo di macchina, i muscoli tesi nello sforzo di tenersi in equilibrio e la fronte imperlata di sudore.

Cominciò uno strano tiro alla fune, che vide da una parte sei uomini nel pieno del loro vigore, dall'altra l'animale ferito che si dimenava disperato, le carni lacerate da quella punta tenace di cui in nessun modo riusciva a liberarsi.

Venne issato a bordo a fatica e finito a colpi di coltellaccio.

Il sangue cominciò a spillare in gran quantità dal corpo affusolato del cetaceo agonizzante, sporcando le camicie di alcuni marinai e scorrendo a rivoli sulla coperta.

La nave si rimise quindi in rotta, essendosi gli altri animali del branco allontanati verso tratti di mare più sicuri.

Il capo si diresse in sala macchine a riportare il motore a pieni giri, mentre Pietro, il marinaio che aveva finito il delfino, cominciò a scuoiarlo.

L'odore dolciastro del sangue si mescolava al particolare sentore di selvaticume che si avverte quando si viene a contatto con la carne dei delfini. È un odore molto persistente, che nemmeno dopo diversi giorni si riesce a togliere via dalle mani.

Dopo aver lavorato di coltello per quasi un'ora, del delfino non rimasero che la carcassa, prontamente buttata in mare, e due dozzine di strisce di carne lunghe un paio di palmi ciascuna. Qualcuno portò un bugliolo con del sale grosso.

-Ne prendete spesso di delfini? - chiese Franco, che pur provando un certo disgusto per quanto stava succedendo, trovò prudente non manifestarlo.

-Negli ultimi mesi durante ogni viaggio siamo riusciti a fare la festa a cinque, sei di loro, - rispose Pietro mentre salava le strisce di carne rosso scura. Il sangue cominciava già a raggrumarsi, annerendo la carne a vista d'occhio.

-Con l'altro nostromo, ogni tiro era un delfino preso. Il capo di macchina è bravo a farli gli arpioni, ma non a lanciarli, -commentò il cuoco.

-Li prendiamo sempre tra qui e le Baleari, così abbiamo tempo di far seccare la carne al sole e venderla a Genova al ritorno. Lo chiamano "musciame" e lo pagano a peso d'oro,-aggiunse Pietro prendendo un altro pugno di sale dal sacco.

-Non ne ho mai visto nei negozi di Genova, - osservò il nostromo.

-È vietato vendere il musciame, ma il perché non lo so. Assomiglia alla carne di tonno secca, solo che ha un odore che non piace a tutti,- spiegò Pietro .

-I delfini non si possono pescare; vengono visti come animali domestici, un pò come i gatti. Ma c'è sempre stato chi ha mangiato sia gli uni che gli altri, - disse il cuoco.

-Ah, si?- chiese il nostromo. Si sentiva un pò preso dai turchi.

-Senza i soldi del musciame non converrebbe stare su questa nave, ne succedono di tutti i colori,- commentò il mozzo, mentre con una mano teneva la manichetta del lavaggio e con l'altra il frettazzo. Stava cercando di togliere dalla coperta le macchie di sangue, prima che si seccassero del tutto.

A mezzanotte Franco andò a rilevare il capitano sul ponte di comando; sarebbe rimasto di guardia per tutta la notte, sino alle sei. Per le prime tre ore ebbe al timone Matteo, un marinaio anziano, prossimo alla pensione.

C'era ancora foschía, pochi astri riuscivano a fatica a rendere visibili i loro raggi tenui. Il buio era pressoché totale.

Il nostromo, che sulle navi piccole come la "Lucia D." fungeva anche da ufficiale di rotta, azionò il radar. L'antenna installata sopra il ponte cominciò a girare, facendo un rumore un po' stridulo, come se si trascinasse con qualche difficoltà.

-Quando torneremo in Italia dicono che verrà il tecnico a fare la manutenzione,- spiegò Matteo da dietro il timone.

Franco non fece alcun commento."Mi sa tanto che qui mi toccherà andare a ingrassare perfino l' antenna del radar," pensò tra sé e sé.

Passarono alcuni minuti prima che lo schermo cominciasse a mostrare tracce luminose comprensibili.

A fatica, ora, poteva scorgere la costa della più settentrionale delle Baleari, circondata da diversi puntini difficili da decifrare: sembravano più disturbi di ricezione che navi. A circa otto miglia di distanza, a proravia, lo schermo marcava un bersaglio piuttosto vistoso, forse una grossa nave. Franco prese il binocolo e uscì sull'aletta a vedere se riusciva ad avvistarne le luci. Niente, troppa foschia. Da poco si era messo un pò di mare lungo da libeccio e la nave cominciava a beccheggiare .

Tornò dentro. Lasciò il binocolo su una delle mensole sottostanti le finestre di ponte e andò in sala nautica, a dare un'occhiata alla carta.

-Nostromo, vieni a vedere. C'è una cosa che non mi piace a prua!- esclamò all'improvviso Matteo.

-Cos'è? - Il nostromo tornò subito in timoneria.

-C'è una luce che si accende e si spegne là,sotto il castello. Ci deve essere qualcuno,- rispose Matteo, allarmato.

Franco uscì di nuovo sull'aletta, cercando di capire cosa stesse accadendo. Quasi in coincidenza con i movimenti di beccheggio, bagliori lividi venivano dalla cala.

Un'onda un po' più grande delle altre si infranse contro la prua e sollevò una cappellata di spruzzi, che cadde sul castello riflettendo un chiarore sinistro. Sembrava splendesse di luce propria.

-Strano, -mormorò Franco. - È già successo? - chiese poi a Matteo.

-No, è la prima volta; ma non è la sola cosa strana che succede a bordo, - disse il timoniere con un tono di voce piuttosto scoraggiato.

-Sta calmo e occhio di prua, che ci deve essere una nave di controbordo a qualche miglio da noi. Scendo giù a vedere,-disse Franco prendendo la torcia elettrica posta accanto al fornello per il caffè, vicino ad una scatoletta di cartone grigio.

Uscì dalla timoneria e scese svelto le scale che dal ponte lance portavano in coperta. Passando da una postazione antincendio prese un' accetta, la soppesò e si avviò verso la cala di prua.

La raggiunse in pochi secondi, preoccupato soprattutto di non prendersi gli spruzzi delle onde che sempre più frequenti si infrangevano contro la prua .

Aprì, un po' a fatica, la pesante porta di ferro, in tempo per essere abbagliato dalla luce che per un istante invase il locale: proveniva dalla grossa lampada fissata al soffitto del locale, che sembrava essere tenuto in gran disordine.

La torcia del nostromo illuminò vecchie gomene sfilacciate, buttate con noncuranza sopra cavi d'acciaio nuovi di zecca; due baracchini di pittura rotolavano senza posa, seguendo i movimenti di beccheggio. A sinistra, assicurati ai correnti, vide tre arpioni, due dei quali intatti e ben protetti dalla ruggine con un leggero strato di vaselina.

"Ecco qual'è la malattia di questa nave," pensò Franco.

Di nuovo, per una frazione di secondo, la cala si illuminò a giorno, per poi ripiombare nel buio . Ciò che aveva fatto venire la strizza al timoniere non era che un banale falso contatto.

Chiuse la porta della cala e rifece a perdifiato la strada verso la timoneria; all'improvviso si era ricordato della nave che aveva lasciato a qualche miglio di controbordo. Doveva essere vicina, adesso, e non si fidava della capacità di Matteo di reagire in tempo per evitare una collisione.

Pochi secondi dopo era di nuovo sul ponte.

-Allora, nostromo, cosa c'era? Hai trovato qualcosa? - chiese l'anziano timoniere.

-Tutto a posto, sta attento di prua, si dovrebbero vedere delle luci, -rispose Franco cercando febbrilmente l'interruttore della luce della cala. Non appena lo ebbe trovato, lo abbassò e corse al radar.

-È spento!- esclamò quasi con rabbia.

-Deve essere l'alimentatore,- assicurò Matteo -Capita spesso; non c'è turno di guardia che non salta il fusibile. Ce ne deve essere alcuni di ricambio accanto al fornello del caffè; se prendi un momento il timone, ci penso io a rimettere il radar a posto.

Qualche minuto dopo il nostromo era di nuovo davanti allo schermo. Il bersaglio era ormai a mezzo miglio, pur non scorgendosi alcuna luce di via.

Uscì di nuovo sull'aletta e puntò il binocolo nel buio. Non si vedeva nulla. Tornò al radar molto teso: adesso erano ad un quarto di miglio dalla nave. La traccia visibile sullo schermo era grande quasi quanto una testa di chiodo.

-Accosta per quarantacinque gradi a dritta, svelto, - ordinò tutto a un tratto Franco. Sudava freddo.

La "Lucia D." dopo un attimo di esitazione girò la prua verso ponente, sbandando un poco.

Il nostromo si portò sull'aletta di sinistra, in tempo per vedere la sagoma bianca di un grosso yacht passare silenziosa a poche decine di metri dalla nave. Le luci erano spente e sembrava che, malgrado il mare lungo, a bordo fossero andati tutti a dormire.In cima all'albero di maestro la presenza di un grosso miraglio radar spiegava la chiarezza dei segnali visti sullo schermo da Franco.

-Stronzi di merda,- borbottò a denti stretti - loro a dormire e noi qui a rischiare come dei coglioni.

La guardia trascorse senza altri incidenti.

Quando, nel primo pomeriggio del giorno dopo, andò in coperta con Pietro a sostituire la puleggia di un bigo di carico, Franco si accorse che da una stiva all'altra correva un cavetto di nailon, al quale erano appesi a seccare un bel pò di pezzi di musciame. Sicuramente tra essi c'erano i resti del delfino catturato il giorno prima.

La carne era già diventata nera come la pece ed aveva accentuato l'odore di selvaticume, qualcosa che sapeva di vecchi cavi di manilla e di catrame.

-Poca roba, questo viaggio, - disse Pietro guardando sconsolato il cavo da cui pendeva il musciame. Accese una delle sue sessanta sigarette quotidiane e guardò in faccia il nostromo. Franco ricambiò lo sguardo e ne approfittò per osservare con attenzione il viso del marinaio. Tre pacchetti di sigarette  al giorno lo avevano fatto diventare qualcosa di simile a carta vetrata di colore grigiastro, mantenendo solo due punti di interesse: gli occhi neri lucidi come di febbre e la brace che pendeva perennemente dalle labbra.

-Si fuma, eh? - disse Franco, la cui laconicità qualche volta aveva effetti comici, suo malgrado.

Non è che gli mancassero le cose da dire; semplicemente provava una certa inadeguatezza nell'esprimerle. E i lunghi periodi d'imbarco non lo avevano certamente aiutato a essere meno sparagnino con le parole.

-E che altro c'è da fare? Lo so che ho i polmoni più neri del musciame, ma ormai fumo come gli altri respirano: senza pensarci. E tu non fumi, nostromo?

-Mah, mi scordo sempre i cerini in cabina,-disse Franco mentre cercava di allentare un dado . Lo sforzo metteva in rilievo le braccia nerborute e la muscolatura massiccia delle spalle. Sembrava quasi che il corpo, per una certa forma di compensazione, si esprimesse con una facilità di movimento ben più sciolta di quella sperimentata dalla lingua nell'articolare parole e frasi.

-Prima di venire in coperta ho visto il capo di macchina in cucina. Prendeva il caffè,- disse Pietro cambiando discorso, -Si lamentava che senza un lanciatore di arpione come l'altro nostromo, questo mese ce li possiamo scordare i soldi del musciame. Peccato, oramai ci eravamo abituati.

-Fate tanti soldi, con i delfini? - chiese Franco, facendosi aiutare dal marinaio a tirare giù la puleggia bloccata.

-Tanti no, ma servono a prendere una birra e a pagarci le telefonate in casa quando andiamo in franchigia. A te non interessano, vero?

-Sembrate tutti fuori di testa, con questo musciame. E poi tanto sangue a bordo non mi piace.

-È un modo come l'altro per fare un po' di casino tutti assieme , dal comandante al mozzo, e scordarci tutto il resto, - disse Pietro, convinto.

-Tutto il resto cosa?

-Tutte le cose che a bordo vanno storte, certe cose strane che succedono di notte. Lo sai perché la cabina tra la mia e quella di Matteo è vuota?

-Non sapevo che era vuota. Adesso portiamo questa puleggia sotto la cala ,- disse Franco avviandosi con il marinaio verso proravia.

-In quella cabina non ci vuole dormire nessuno, perché chi lo fa si sveglia stanco morto, come se lo avessero preso a legnate per tutta la notte. Due viaggi fa vi abbiamo chiuso a chiave il cane. Lo abbiamo tirato fuori dopo un minuto, dal casino che faceva.Era tutto sudato e tremava come se avesse visto la morte con gli occhi,-disse Pietro, la faccia ancora più grigia del solito.

-E il cane dov'è, ora?

-Era ancora un cucciolo, e dopo quella notte passata chiuso in cabina non ci ha dato più tregua, cominciando ad abbaiare e mugolare di paura ogni volta che tornava il buio. Lo abbiamo lasciato a terra a Genova, poco prima di ripartire per un altro viaggio. Per non fargli capire che lo stavamo abbandonando, abbiamo mollato le cime e ci siamo allontanati dalla banchina zitti zitti come ladri, col motore spento. Abbiamo sfruttato il vento da terra che ci spingeva piano piano al largo. Il cane giocava sul molo con dei vecchi cavi; era troppo cagnolo per accorgersi che ce la stavamo svignando senza di lui. Quando fummo lontani quel tanto da non vederlo più, mettemmo in moto e lo lasciammo lì. Ci siamo sentiti dei vermi ad abbandonare quel cane, ma a bordo non ci poteva stare più; prima o poi sarebbe crepato dalla paura.

-Tutto quel sangue a bordo si fa sentire, porta sfortuna,-fu tutto il commento del nostromo, -Adesso cerchiamo di montare la puleggia nuova e poi ci andiamo a lavare,- concluse.

Le parole di Franco furono seguite dallo stesso suono insistente di campana del giorno prima. Qualche istante dopo il "Lucia D." ridusse la velocità di crociera sensibilmente, andando a mezza forza.

-Andiamo a prendere l'arpione, nostromo,- disse Pietro con uno sguardo da invasato.

-Va bene, andiamo, - rispose Franco, ormai rassegnato. Un'altra manciata di secondi, ed erano tutti di nuovo a prua.

Era un grosso branco di delfini, quello che ora stava attraversando la rotta del "Lucia D.": saranno stati una ventina, e alcuni di essi si erano già messi a giocare sotto la prua, ignari del pericolo.

Il capo di macchina aveva già controllato la punta dell'arpione e fatto passare la cima attraverso la puleggia del palo, ma esitava a sporgersi fuori bordo. Non aveva alcuna intenzione di rischiare un'altra brutta figura con l'equipaggio.

Pietro e il cuoco guardarono il nostromo con uno sguardo curioso, tra l'implorazione e la sfida.

Franco scavalcò lentamente la ringhiera del parapetto, sporgendosi fuoribordo così come aveva visto fare il giorno prima al capo di macchina. La sua agilità, assieme ad una massa muscolare di tutto rispetto, lo rendevano assai più sicuro del macchinista. Quando gli passarono l'arpione, esitò per una dozzina di secondi prima di vibrare il primo colpo. Anche se provava un certo ribrezzo per quello che si apprestava a fare, sapeva di non potere deludere le bizzarre aspettative di quelli di bordo: non glielo avrebbero perdonato.

Il resto furono grida di delfini colpiti a morte, sudore e imprecazioni dei marinai che tiravano a bordo gli animali, alcuni dei quali di grossa taglia; e sangue , sangue, sangue sparso in coperta in quantità mai viste.

Alla fine della mattanza, quattordici cetacei stavano allineati sulla coperta, alcuni ancora agonizzanti.

Il capo di macchina esultante, diede grandi pacche sulle spalle del nostromo, lodando la sua abilità di tiratore:

-Bravo, nostromo. Mai sentito nessuna barca prendere quattordici delfini in una volta sola. Ma è proprio vero che non avevi mai lanciato un arpione? Secondo me facevi finta, per prenderci per il culo.

Franco lo guardò irritato, poi si sforzò di mascherare il suo stato d'animo con un sorriso a denti stretti e disse:

-Ti è piaciuto, eh? Adesso fammi dare il lavaggio: tra poco qui si vomiterà, con tutto questo sangue.

A scuoiare i delfini si misero in tre: Pietro, il capo di macchina e il cuoco, mentre il mozzo e il nostromo, con violenti getti di acqua salata, ripulivano la coperta dal sangue .

Il giorno dopo arrivarono in un piccolo porto algerino dove, per mancanza di lasciapassare, non ci fu alcuna possibilità di mettere piede a terra.

Si era in pieno Ramadan, e quelli di bordo dovettero aspettare l'imbrunire prima di aprire le stive ed armare i bighi per scaricare le poche tonnellate di merce lì destinate.

Per tutta la mattinata sul molo polveroso non si era vista anima viva. Alcune lente nenie provenienti da una moschea poco distante e i ripetuti inviti del muezzin alla preghiera, suggerirono che la città non era del tutto disabitata.

Quel pomeriggio, diversamente dal solito, dopo che il mozzo finì di servire a tavola, lavare i piatti e rassettare la cucina, fu mandato da Franco in cuccetta a dormire un po'. Per il ragazzo, come per il resto dell'equipaggio, si prevedeva una notte pesante tra scaricazione, chiusura stive e manovra di partenza.

Anche gli altri erano andati nelle loro cabine, e a parte il rumore dei motori ausiliari, la nave era immersa in una quiete inusuale.

Franco approfittò della calma per mettere la biancheria sporca a mollo in un bugliolo e per dare una pulita alla cabina. Poi si sdraiò in cuccetta e cominciò a sfogliare distrattamente le pagine di un vecchio settimanale trovato per caso in un cassetto.

Un grido soffocato attrasse improvvisamente la sua attenzione. Si alzò di scatto e si infilò di corsa tra il dedalo di stretti corridoi su cui si affacciavano le altre cabine, nella direzione dalla quale provenivano altre urla spaventate.

Si fermò quindi davanti alla cabina del mozzo, dal quale ora giungeva un rantolare sordo.

Aprì la porta e vide il ragazzo disteso nella cuccetta a faccia in giù. Il viso, sprofondato nel cuscino, era pieno di bava. Il corpo teso e i pugni stretti lungo i fianchi fecero pensare al nostromo che il giovane fosse in preda ad un incubo da far cessare al più presto. Bagnò un asciugamano e lo appoggiò sulla nuca del mozzo, scuotendolo nel frattempo con energia.

Il ragazzo si svegliò qualche secondo dopo, guardando Franco con occhi impauriti.

-Cos’era?- chiese il nostromo.

-Sognavo di affogare in una specie di pozza piena di una roba rossastra e non riuscivo a muovermi; ero come paralizzato, gridavo aiuto e nessuno veniva ad aiutarmi, mi sembrava di essere in un posto vuoto, senza gente. Solo io e la maledetta pozza rossa.

-Con tutto il sangue di ieri ...-disse Franco a bassa voce, come parlando a se stesso. Poi aggiunse:

-Ora vatti a fare una doccia. Ci vediamo in cucina, a prendere un caffè. Va bene?

-Va bene, nostromo,- disse il ragazzo mentre toglieva la federa dal cuscino: sembrava vi avesse sbavato un novantenne colto da una paralisi improvvisa.

Partirono all'alba, per poi attraccare a Casablanca due giorni dopo. La navigazione si era svolta senza alcun contrattempo o difficoltà, cosa che in un certo senso stupì l'equipaggio, ormai uso agli intoppi e stranezze che da diverso tempo movimentavano la vita di bordo.

Appena in banchina, vennero aperte le stive e si iniziò la discarica con una certa speditezza, essendo lì il Ramadan osservato in maniera meno rigida che nel piccolo porto algerino dal quale il "Lucia D." proveniva.

Quella sera il nostromo non andò in franchigia, limitandosi a fare un giro sul molo assieme al cuoco, tanto per sgranchirsi le gambe.

Accanto a loro era attraccata una nave da carico sovietica piuttosto grande. Era nuova di zecca, e sulle sovrastrutture c'era un gran svettare di antenne di tutte le fogge e dimensioni. A poppa, in caratteri cirillici, figurava il nome "Sminsk".

I due si fermarono a guardare con una certa malinconia: in tanti anni di mare a Franco era capitato solo una volta di imbarcarsi su di una nave nuova, al cuoco nemmeno quello.

Chiesero al marinaio di guardia allo scalandrone se potevano visitare la nave.

-Domani pomeriggio, - rispose questi in un francese approssimativo, - perché ora c'è una riunione di partito. Se venite verso le tre di pomeriggio, c'è anche il film.

L'indomani, giorno festivo, non si scaricò e il nostromo passò la mattinata ad ingrassare i verricelli dei bighi.

Quel pomeriggio allo scalandrone della nave russa si presentarono in quattro: Franco, Pietro, il cuoco e il mozzo, quest'ultimo curioso di vedere se era vero, come si diceva , che i russi imbarcavano sulle loro navi anche le donne.

Furono ricevuti a bordo dal primo di coperta, che con cortesia condusse i quattro in giro per la nave, varata in Finlandia appena un mese prima.

Più che dal resto, furono affascinati dalla modernità degli strumenti di navigazione: il paragone con quello che avevano a bordo del "Lucia D." li fece sentire dei primitivi che andavano in giro su zattere.

Non mancò la visita alla sala macchine, dove un fuochista sui vent'anni, che a quanto pare studiava italiano, li accolse sorridendo:

-Salve, compagni italiani. Come sta Margherita? -Poi, senza aspettare un'improbabile risposta, aggiunse:

-Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci. Giusto?

-Giusto,- confermò il cuoco, mentre tutti gli altri sorridevano, per dare almeno l'impressione di capire qualcosa delle imprevedibili traiettorie linguistiche del sovietico .

Vennero condotti quindi in un'ampia sala, dove gran parte dell'equipaggio era radunato in attesa della proiezione del film. Uomini e donne erano seduti su diverse file di poltroncine disposte davanti ad uno schermo da proiezione. Dal loro numero Franco stimò che a bordo dello "Sminsk" c'era il doppio dell'equipaggio di una nave italiana di dimensioni analoghe.

In centro videro le spalle di una donna corpulenta, che sedeva altera davanti a tutti: era il commissario politico di bordo. Il comandante in seconda disse qualcosa in russo per presentare gli ospiti, che vennero salutati dall'equipaggio con un breve applauso . Dopo che fu trovato posto agli italiani, iniziò la proiezione.

Si trattava di un film d'azione, pieno di spari e cavalli che, montati da cavalieri con sombreri e fucili, galoppavano ventre a terra. I dialoghi si svolgevano, stranamente, in inglese, resi da sottotitoli in caratteri cirillici.

-Che film è ? - bisbigliò il cuoco al mozzo, che sembrava preso dallo spettacolo.

-È un film su Pancho Villa e la rivoluzione messicana. L'ho visto da bambino al cinema dell'oratorio, -rispose il ragazzo.

Altre, impreviste emozioni erano vissute in quel momento dal nostromo, che aveva preso posto accanto ad una ragazza dal viso pulito, un tipo minuto in divisa da cameriera.

Vuoi per la contiguità, vuoi per il desiderio, represso a fatica ma mai sopito, Franco fin dai primi minuti di proiezione aveva iniziato a sfiorare con il proprio gomito il gomito della cameriera russa. Era estate, e i due portavano camicie a maniche corte.

All'inizio il nostromo si era mosso con molta cautela, temendo una reazione brusca da parte della russa. Aveva così mascherato di casualità i movimenti del proprio braccio , aspettando una qualche forma di risposta. Il segnale agognato arrivò quando, dopo aver pressato delicatamente il gomito di lei per qualche secondo, ritrasse il proprio, allontanandolo di qualche centimetro; qualche attimo, e nel buio della sala sentì il braccio di lei, soffice e caldo, avvicinarsi al suo.

Continuarono così per quasi un'ora, senza avere nessuno dei due il coraggio di fare incontrare le mani: la paura di farsi scoprire dagli altri e rovinare tutto era grande.

Alla fine del film i loro sguardi si incrociarono per qualche secondo.

-Domani sera alle otto e mezza, all'uscita del porto, -Franco ebbe la presenza di spirito di dirle in francese.

-Domani alle otto e mezza, - confermò la ragazza, salutandolo con un sorriso.

Quella notte Franco dormì poco, sovreccitato dalle aspettative di un incontro che, in ogni caso, sarebbe stato tutt'altro che facile.

Ammesso che la ragazza, di cui ignorava perfino il nome, l' indomani fosse ancora interessata a vederlo, sarebbe stato piuttosto complicato trovare un posto dove stare un po’ tranquilli da soli. Lo sapevano tutti che i russi avevano l'abitudine di uscire sempre intruppati , per motivi che risultavano misteriosi ai naviganti di altre nazionalità.

Ammesso poi che la ragazza, caso raro, fosse riuscita a sfuggire alla compagnia forzata dei propri connazionali, dove sarebbero potuti andare? Conosceva poco la città che, per quanto relativamente occidentalizzata, presentava ai suoi occhi tutte le incognite di un paese musulmano, quando si trattava di andare in giro di sera con una donna.

Anche il rifugiarsi a bordo della "Lucia D." era improponibile: stante la sua contiguità con la "Sminsk", ogni passo della ragazza non sarebbe passato inosservato al marinaio sovietico di servizio allo scalandrone.

L'indomani sera, all'ora pattuita, il nostromo era all'uscita del porto con il lasciapassare in mano.

Aspettò per quasi un'ora, ma dei russi nemmeno l'ombra. Sembrava, tra l'altro, che nessuno quella sera volesse varcare i recinti portuali per andare in città; anzi, all'incontrario, durante la sua attesa vide un bel pò di gente tornarsene a bordo a passi veloci.

Il perché glielo spiegarono il comandante e il capo di macchina del "Lucia D.", che incontrò mentre ritornavano verso il posto di controllo, veloci come lippe:

- A bordo, nostromo, svelto, - disse il capo mentre camminava trafelato.

-C'è stato un tentativo di colpo di stato, e dicono che tra poco scatta il coprifuoco, - spiegò il comandante, facendogli segno di seguirli nel loro ritorno a bordo.

-Colpo di stato? - chiese Franco amaro, mentre cominciava a seguirli lentamente, e non aggiunse altro. Adesso capiva perché i russi si erano ben guardati dal lasciare la loro nave.

Nel rifare la strada verso bordo il nostromo fece un giro un pò più lungo dei suoi compagni, passando vicino al grande scafo nero dello "Sminsk".

Quella sera gli oblò illuminati erano più numerosi del solito. Dietro uno di loro forse ci stava lei che, quasi sicuramente senza saperlo, gli aveva fatto passare la notte insonne.

Si chiese se in quel momento anche la ragazza russa stesse provando la tristezza e il senso di frustrazione in cui stava sprofondando. Prima di salire a bordo toccò con un piede i cavi di ormeggio; la marea era salita e li aveva tesi come corde di violino, sembrava si dovessero spezzare da un momento all'altro. A bordo non se ne erano nemmeno accorti . Andò di corsa ad allascarli, poi si chiuse in cabina.

Il giorno dopo gru e bighi stettero fermi. Nessuno si fece vivo in banchina. Solo diversi passaggi di camionette piene di soldati armati rammentarono ai marittimi cosa stava succedendo in città.

Nel tardo pomeriggio due rimorchiatori si avvicinarono allo "Sminsk". Franco li vide mentre col mozzo stava sul cassero di prua a picchettare i passacavi.

La nave russa mollò rapidamente gli ormeggi, quasi avesse fretta di lasciare quel porto diventato improvvisamente inospitale.

Mentre lo "Sminsk" si allontanava verso l'uscita del porto, al mozzo sembrò che la picchetta del nostromo battesse contro il ferro incrostato di ruggine con forza crescente che sapeva di rabbia.

Poco dopo Franco mandò il mozzo a lavarsi. Era tempo che andasse ad aiutare il cuoco e a preparare i tavoli per la cena.

Lui invece stette ancora un poco sul cassero, per poi scendere velocemente gli scalini che portavano in coperta e sparire dentro la cala, dove rimase da solo per un certo tempo.

Nei due giorni seguenti, essendo il tentativo di colpo di stato rientrato, i portuali lavorarono speditamente alla scaricazione della "Lucia D.". Anche l'imbarco del carico per l'Italia andò avanti senza eccessivi intoppi, a parte la qualità delle mercanzie che si trovarono a stivare: metà del carico era costituito da pelli di cavallo sommariamente conciate, che trasudavano un liquido scuro alquanto nauseabondo. Un pò meno inquietante il resto del carico: grosse botti nere con dentro olive in salamoia che sarebbero state poi confezionate e messe in vendita da una ditta italiana .

Capitò pure che una delle prime botti , imbracata male, precipitasse nel fondo della stiva, spaccandosi in mille pezzi e diffondendo un liquido salmastro, anch'esso di colore nero, che tolse le simpatie di gran parte dell'equipaggio nei confronti delle olive della premiata ditta "S.B.".

Alla fine il carico fu completato e la "Lucia D." puntò la prua verso Genova.

Appena usciti dal porto, rispuntarono da chissà quali nascondigli centinaia di pezzi di musciame, che furono appesi a seccare al sole sui soliti cavi stesi sopra le stive.

Franco divideva ora le sue giornate tra i lavori in coperta con il mozzo e le lunghe guardie notturne, chiuso in un silenzio che faceva rimpiangere ai suoi compagni la laconicità sperimentata nel viaggio d'andata. Adesso si esprimeva a monosillabi.

Erano ormai a dodici ore dal porto di destinazione, quando venne avvistato un altro branco di delfini.

Suonò di nuovo il segnale di adunata, e tutti si ritrovarono sul castello di prua. Stavolta Franco anticipò il resto dell'equipaggio, che lo vide con l'arpione in mano, già sporto oltre la ringhiera del parapetto.

L'allegro gridío dei numerosi delfini che si erano fatti sotto la prua faceva prevedere un altro ricco bottino.

-Forza, nostromo, che stavolta ci raddoppiamo la paga,-incitò il capo di macchina.

-Mira giusto e ti offriamo da bere per una settimana,- aggiunse Pietro mentre prendeva posizione accanto agli altri.

Franco non perse tempo. Scagliò l'arpione con tutta la forza di cui era capace e colpì l'animale più grosso fra i tre che erano emersi sotto il mascone di dritta.

Grida concitate accompagnarono lo sforzo di recuperare arpione e preda, ma il delfino stavolta ebbe la meglio: pochi istanti prima di essere issato a bordo, la cima si spezzò e l'animale ricadde pesantemente in mare, inabissandosi con l'arpione ancora infilzato accanto alla pinna dorsale. Del delfino rimase soltanto una sottile linea rossa, che si schiarì velocemente nel bianco della schiuma.

-Andate a prendere gli altri arpioni, non state a guardare come tante scorregge ubriache, -urlò il capo di macchina.

Pietro e il cuoco corsero sotto la cala, mentre il nostromo scavalcò lento il parapetto, per mettersi in una posizione meno precaria.

Sotto la prua i delfini continuavano a giocare. A qualcuno sembrò perfino che si fossero messi ad improvvisare una danza beffarda sul filo delle increspature generate dalla prora.

I due tornarono dalla cala mogi mogi, senza arpioni.

-Gli arpioni non ci sono più, - disse Pietro.

-Sono spariti, se li saranno presi gli scaricatori a Casablanca,-aggiunse il cuoco -Non gli saranno bastati i baracchini di pittura e si sono portati via pure gli arpioni.

-Ma che scaricatori della miseria, è da mesi che vi dico che in questa nave ci sono gli spiriti, - mormorò Matteo.

-Lasciali stare dove sono, gli spiriti e i tabacchi, - disse il capo di macchina sarcastico - Se acchiappo il figlio di puttana che ci ha fatto questo scherzo lo spingo a pedate sino in macchina, a leccare la sentina.

Il nostromo non fiatò. Guardò in silenzio i delfini allontanarsi, rivolgendosi quindi al mozzo, che gli stava accanto.

-Hai una sigaretta? -gli chiese.

Dopo che il ragazzo gliela porse, l'accese, fece un paio di tiri e la buttò in mare.

- Stanotte niente incubi, vedrai - disse al ragazzo, a mò di ringraziamento per la sigaretta.

Quando a mezzanotte salì con Pietro a rilevare la guardia del comandante, si cominciavano a scorgere i bagliori della Lanterna. C'era un po' di nebbia, e il comandante aveva preferito rimanere sul ponte. Aveva deciso che era meglio non andare a riposare, piuttosto che dirigere la manovra d'entrata in porto frastornato dal sonno interrotto.

-Allora, nostromo, cosa è successo agli arpioni dentro la cala? -chiese a Franco mentre prendeva una tazzina di caffè.

-Se li saranno presi i mambrucchi a Casablanca,- suggerì Pietro, visto che il nostromo aveva ignorato la domanda.

-Peccato, con quel po' po' di delfini che c'erano ieri potevamo fare un mucchio di soldi. Anche perché un lanciatore come il nostromo non si trova tutti i giorni,- aggiunse il comandante, un pò esasperato dal silenzio di Franco. Quest'ultimo nel frattempo si era piazzato davanti al radar, intento a seguire i movimenti delle altre navi che si avvicinavano a Genova.

Guardava i puntini luminosi e stava zitto, Franco.

-Nostromo, hai perso la parola? -chiese Pietro scherzando.

-C'è il radar di nuovo spento,-disse il nostromo per tutta risposta.

-Prendi un altro fusibile,- suggerì il comandante, senza curarsi troppo della cosa. Ormai si era abituato ad usare fusibili con la stessa tranquillità con cui prendeva aspirine.

-È vuota,-disse Franco dopo alcuni secondi.

-Cazzo, questa si che è bella,- disse il comandante a bassa voce.

Il suono un po' rauco di un segnale da nebbia fece da contrappunto alle parole del capitano, e di lì a poco un grosso rimorchiatore sbucò dalla nebbia, affiancandosi alla "Lucia D.". Era vicino abbastanza da mostrare sul fumaiolo l'insegna dei rimorchiatori di Genova e andava spedito verso il porto.

-Metti la prua dietro quel rimorchiatore, -ordinò il comandante a Pietro, che eseguì rapidamente.

-Visto, nostromo, come si fa senza il radar? Tra qualche minuto quelli ridurranno i giri e ci accompagneranno fin quasi in banchina. Che ne dici?

-Non so che dire, - rispose Franco - Penso solo che ne ho abbastanza di questa piccola nave nera. Oggi, dopo che apriamo le stive, mi farà la cortesia di ridarmi il libretto di navigazione. Ho un treno per casa verso mezzogiorno. Con i soldi del musciame che mi spettano, fate venire un prete a bordo, a buttare un paio di buglioli di acqua santa. Ne avrete bisogno per il prossimo viaggio.

 

MASTRO TORE E I CORALLI DI MARÈTTIMO

primavera 1713

 

 

Le barche, coralline armate di dodici remi e una gran vela latina, vennero completate a marzo, all’inizio della stagione della pesca del corallo. Nella mattinata precedente il varo, un curioso episodio aveva suscitato la collera di Mastro Tore. Nell’ispezionare le quattro imbarcazioni, battezzate rispettivamente Gaspare, Melchiorre, Baldassare ed Epifania, il corallaro aveva notato che qualcuno aveva sostituito il nome della quarta barca con Ciolla mia, espressione sconciastra e beffarda che con la festività religiosa manteneva solo una vaga assonanza. Mentre l’anziano pescatore copriva in un battibaleno quella scritta inopportuna con una mano di biacca, un uomo mingherlino se la rideva lacrimando dallo spasso. Era nascosto dietro un vascello da tonnara da calafatare e lo chiamavano Mpàppete per la balbuzie che lo affliggevano quando si innervosiva; cioè quasi sempre. Un avanzo di galera col gusto della burla, un imbroglia banchine e poco di buono dalle tasche sempre piene di onze, fiorini e ducati di dubbia origine, questo era Mpàppete.

Risolto l’incidente della scritta blasfema, nel pomeriggio successivo le coralline vennero messe in mare, non prima di essere state benedette dal parroco di S.Lucia, dal cappellano di S. Liberante e da padre Costa, frate esorcista con le mani sempre a mollo nell’acqua santa e anche quel giorno, quindi, con la voce annanfarata dal raffreddore.

Non mancarono le autorità straniere, come il Console di Genova, che sorrideva sornione, e il Console di Inghilterra, accaldato e sudaticcio per i pesanti panni di lana di Norfolk indossati più per mostrarli a qualche possibile acquirente che per vera necessità; c’era perfino il Comandante della guarnigione spagnola, sempre più taciturno e rabbuiato. Non mancarono nemmeno i Consoli della Corporazione dei Pescatori e di quella ben più potente dei Mastri Scultori di corallo, apprezzati esecutori di ritratti, statuine, sacre rappresentazioni, assieme a veri e propri presepi di gusto barocco che avevano fatto il giro delle corti europee. Erano orgogliosi sino al limite della spocchia gli scultori di corallo trapanesi di quel periodo, perchè convinti, a ragione, di essere stati i primi a saper tirare fuori col bulino, da quella materia fragile e misteriosa, forme che finalmente erano diventate arte vera, non semplici grani di pater noster. Malgrado il loro senso smaccato di superiorità nei confronti dei pescatori, quindi, gli scultori non vollero mancare alla cerimonia; da qualche mese, oltretutto, scarseggiavano buoni rami di corallo da lavorare e l’abilità di Mastro Tore nella pesca faceva sperare in bene.

L’anziano pescatore salpò con le sue coralline un paio di giorni dopo il varo, diretto ai banchi di pesca al largo dell’isola di Marèttimo. Portava con sè alcune indicazioni copiate pari pari da una lapide murata nella chiesa di S.Lucia. Davano la posizione, nella maniera curiosa del tempo, di un banco quanto mai ricco, scoperto cinquanta e passa anni prima e mai più ritrovato:

"Quindeci miglia per maistro di lo Capogrosso di Levanso per libeccio la canalata in cima della Torre di Maretimo:

per scirocco il Capogrosso di Levanso e la cava di San Teodoro:

e per levante il balaticcio di Bonagia e le colline della montagna di Baida chiamate li Pagliaretti"

Il banco fu riscoperto dopo una lunga settimana di ricerca, e cominciò a produrre rami color rosso fuoco di dimensioni che il mezzo secolo abbondante di tregua nella pesca avevano reso ragguardevoli. Ogni sera le quattro coralline riapprodavano a Marèttimo, nella spiaggetta appena sotto il Castello di Punta Troia, riattato da tempo a presidio di quelle acque frequentate in eguale misura sia dai corallari trapanesi che dai corsari bisertini e tunisini. Un accordo con il comandante del Castello fece si che tutto il pescato delle coralline di MastroTore fosse custodito nella rocca, per essere in seguito inviato nella vicina isola di Levanzo, dove i Genovesi tenevano uno dei loro depositi. Tranne che per alcuni grossi rami spediti al nipote Diego a Trapani per aiutarlo a migliorare la sua arte e sostenere la famiglia, il corallo dell’intraprendente pescatore finiva quindi direttamente ai liguri, i cui denari erano accettati sulla costa siciliana al pari delle onze locali, se non di più.

Agli equipaggi delle quattro imbarcazioni Mastro Tore, soddisfatto dell’abbondanza e qualità dei coralli strappati dai suoi ingegni, aveva concesso un privilegio raro: il riposo domenicale. La sera del sabato, quindi, diversamente dagli altri giorni, i pescatori consumavano un pasto caldo di pasta e legumi, arrostivano il pesce sulla spiaggetta di Punta Troia e godevano perfino della disponibilità di un quartuccio di vino a testa. Poi, distrutti dalla fatica di una settimana fatta di quindici e passa ore di remo e di mezza dozzina di cale al giorno, si addormentavano sulla sabbia umida, sotto coperte tanto sdrucite da far filtrare la luce appena sfumata delle costellazioni estive. In alto a dritta, la sagoma scura del Castello e il rumore dei passi nei cambi di guardia del presidio attenuavano nei corallari la paura mai sopita di un’imboscata saracena.

La stagione di pesca durò, come sempre, da Pasqua ai Morti, e le domeniche mattina Mastro Tore si inventò

perfino una sorta di breve rituale religioso basato su preghiere a S.Pietro - perchè propiziasse un abbondante pescato nei giorni a venire - assieme a letture di salmi in latino scelti a casaccio da un libriccino logorato dall’uso e dal salino dei giorni di mare grosso. Il vecchio terminava la cerimonia alzando le mani al cielo con gravità e recitando una preghiera in una lingua curiosa e cantilenante, il Sabir, parlata da sempre nel Mediterraneo da mercanti, corsari, schiavi, padroni e prostitute di tutte le rive.

Alla fine della preghiera, che terminava con:

..."Non lasar noi tenir pensyeri, ma tradir per noi di malu"

gli equipaggi rispondevano con un sonoro quanto liberatorio amen: in diversi c’era la paura fottuta di partecipare a qualcosa di sommamente sgradito all’Inquisizione.

Fu nei pomeriggi domenicali, accompagnato da un paio di mozzi dalle gambe forti, che Mastro Tore si avventurò nell’esplorazione dell’isola. Non fu facile farsi strada tra quella macchia compatta di lentischi, rosmarini, timi e mirti; ma i profumi forti della vegetazione e l’amenità delle viste in cui si imbatterono i corallari li ripagò dei numerosi graffi alle gambe e delle lacerazioni ai piedi che calzature inadeguate procurarono. L’isola di Marèttimo offriva, allora come oggi, acqua purissima e miele così pregiati che era un peccato lasciarla disabitata. C’era, è vero, il pericolo costante della presenza saracena nella costa di ponente, dove diverse grotte davano un rifugio sicuro alle galeotte barbaresche; ma ben difficilmente, pensava Mastro Tore, i corsari si sarebbero avventurati nell’intrico della vegetazione dell’isola. Le rupi scoscese sovrastanti la parte più frequentata dai tunisini e bisertini erano in effetti più adatte ad una esercitazione di odierni incursori della Marina che ad una imboscata turchesca con scimitarre, scudi e scarpe di pezza ai piedi.

Nacque così il minuscololo insediamento di Balata Ulivo, ad un tiro di schioppo dalla sommità di Pizzo Falcone. A parte i motivi difensivi, fu un’altra ragione a convincere l’intelligenza un pò visionaria del vecchio corallaro ad intraprendere l’iniziativa: quel pezzo di pianoro a ponente e maestro della sommità dell’isola era spesso coperto da nubi, e in quanto tale sarebbe riuscito ad assorbire umidità dal cielo, permettendo alle previste colture di frumento di sopravvivere anche nei periodi più aridi.

I terrazzamenti, tuttora visibili da Pizzo Falcone, furono completati a fine agosto; la prima semina a grano venne fatta a settembre di quello stesso anno. Il primo di novembre le coralline Gaspare, Melchiorre, Baldassare ed Epifania tornarono a Trapani con gli equipaggi soddisfatti per i buoni denari genovini che gli tintinnavano nelle sacchette.

Sul mare circostante la città i pescatori osservarono un gran traffico di navi liguri cariche di truppe provenienti dal nord Italia.

Mastro Tore rimase a bocca aperta nel vedere i liguri alzare bandiere dai colori rovesci: anzichè la croce rossa di San Giorgio in campo bianco, ora alzavano una croce bianca in campo rosso. Gli stessi colori che da pochi giorni garrivano sugli spalti di Trapani, da quando Vittorio Amedeo di Savoia era sbarcato a Palermo da una fregata inglese per prendere possesso di quello che sarebbe stato il suo primo, effimero regno.

I corallari giunsero appena dopo lo sbarco di una compagnia di artiglieri piemontesi, accolta dal giubilo un pò distratto e moscio dei siciliani. Ben altra cosa fu l’entusiasmo con cui le quattro coralline di Mastro Tore vennero salutate dai familiari dei pescatori adunati sulla riva. Ad aspettarle c’era pure Diego, nipote prediletto di Mastro Tore, che teneva la mano di una graziosa ragazza bruna con una pancia di sette mesi.

Dopo aver allontanato con un gesto stizzito la ressa dei garzoni dei Mastri scultori in cerca di coralli da acquistare, Mastro Tore Contesta salutò il nipote con un brusco:

- E chista cu è?

- E’ mia moglie. Si chiama Assunta, ci siamo sposati appena dopo la tua partenza e partorisce per Natale. Due gemelli, pensa la mammana,- rispose Diego tutto d’un fiato, per nascondere l’imbarazzo.

- Facisti le cose un poco troppu di prescia, niputi, - sospirò deluso Mastro Tore. -Hai ricevuto i coralli da lavorare?

-Si, rami bellissimi, veramente. Poi, a casa, ti faccio vedere cosa sono riuscito a farci.

-Non c’è bisogno. Vado a salutare tua madre, mi pulizzìo un poco la faccia e ci vediamo alla taverna, dalla ‘za Barbara. Domani me ne torno a Marèttimo. Ccà c’è troppa confusioni.

SALMONI IN ALASKA

Prima di partire per Genova mi avevano assicurato che sarei riuscito a trovare un imbarco su di una nave straniera entro un paio di settimane. Avevo venticinque anni e una gran voglia di scappare dalla miseria: volevo andare in America ad ogni costo. Ero sposato già da tre anni, ma le cose tra di noi non andavano bene e in ogni caso, in qualsiasi posto andavo, a mia moglie avevo promesso che non le avrei fatto mancare i soldi per vivere.

Per diversi giorni ogni mattina, dopo aver comprato un pezzo di focaccia, andavo in un'agenzia di Caricamento, a chiedere al padrone se c'era qualche nave straniera in arrivo.

La cosa funzionava così: all'arrivo di una nave forestiera il padrone dell'agenzia chiedeva se a bordo avevano bisogno di ciurma a basso costo da imbarcare di nascosto. In caso affermativo, il marinaio pagava all'agenzia due mesi d'imbarco: metà veniva intascato dal padrone, mentre il resto andava ad un ufficiale della Capitaneria che, prima della partenza della nave , chiudeva un occhio in caso di ispezione alla ricerca di gente che voleva espatriare senza permesso. Eravamo alla fine degli anni trenta e dietro la severità fasulla del fascismo le cose avevano l'andazzo di sempre, se non peggio.

Tornavo a casa nel tardo pomeriggio e stavo chiuso in camera a fare conti. Stare con carta e matita a fare somme e sottrazioni era in quel tempo un pò un passatempo, un pò una manía: mettevo in fila i miei numeri sghembi e mi illudevo di vedere sul foglio a quadretti i soldi che mi aspettavano in America.

Avevo trovato una stanza da un sardo che lavorava in una fabbrica a Sampierdarena e per un mese girai come una trottola per la città, consumando le suole delle scarpe. Il padrone di casa non mi permetteva di usare la camera quando era via: aveva paura che gli tentassi la moglie .

Poi, una sera di dicembre, riuscii a farmi imbarcare sul piroscafo da carico 'Kristiansund' come aiuto-cameriere.

In pratica portavo panini imbottiti e birre da una parte all'altra della nave, per diciotto ore al giorno. La paga non era migliore di quella che si prendeva allora su un vapore italiano; solo che i norvegini, mi aveva detto quello dell'agenzia , erano diretti in America, quasi certamente a Boston.

Ci vollero più di otto mesi prima di raggiungere il Massachussets. Mesi passati a stramaledire lo spedizioniere di Genova, che in quel momento si godeva i miei risparmi mentre io mi arrampicavo come un macaco su e giù per le stive a portare sandvicce all'equipaggio, senza un attimo di tregua.

Arrivammo a Boston con la pala di un elica rotta, così ci attraccarono in un cantiere navale, da cui fuggii la notte dopo senza impicci. Avevo addosso il vestito buono e i dollari guadagnati coi norvegini. In tasca l'indirizzo di mio cugino Saverio, che aveva un ristorante a Gloucester.

Lavorai al ‘Prince Spaghettì’ per un paio di mesi, senza essere disturbato dagli agenti dell'Ufficio Immigrazione. Erano d'accordo con i paesani e si tenevano alla larga.

Guadagnavo anche benino, ma non ero andato in America per fare il cameriere. Volevo fare soldi con la pesca dei salmoni e dei maccherelli, come avevano fatto in tanti al mio paese; gente che era tornata ricca dall'America e che ormai poteva andare a pescare per divertimento, non per necessità.

Una domenica mattina mi rimisi il vestito buono e partii per San Pedro, California, con una carta d'identità fasulla che mio cugino mi aveva trovato per pochi dollari.

Mai viste tante barche tutte assieme come a San Pedro. Quando ci arrivai io, andavano per lo più a vela, con due persone di equipaggio.

Gli italiani non mancavano a San Pedro: c'erano soprattutto siciliani, procidani, molfettesi, ma anche chioggiotti e triestini. Dopo qualche ora che giravo sul molo, riuscii a trovare un imbarco da un paesano che mi procurò pure un posto da dormire da un certo Claudio, un triestino che non solo era riuscito a prendere la cittadinanza, ma aveva anche portato moglie e figlie in America.

Passai tutto l'inverno a San Pedro, da cui partivamo per andare a pescare tonni blue fin sulle coste messicane. Si tornava sempre con le barche cariche di pesce che vendevamo in pochi minuti al mercato all'ingrosso. Tutto organizzato: in mezz'ora eravamo di ritorno a casa con le tasche piene di dollari. Dopo qualche settimana che ero a San Pedro mandai i primi dollari a mia moglie, a Pozzallo. Da quel momento, ogni tre mesi le mandai un vaglia con tanti di quei soldi che quando ero in paese non riuscivo a portare a casa in cinque anni.

Cominciai pure a pagare, come tanti altri immigrati clandestini, i contributi per la pensione americana, che prima o poi speravo di trovare l'avvocato giusto per avere la cittadinanza. Bisognava avere la pazienza di aspettare qualche anno rigando dritto, senza avere guai con la giustizia.

Prima della fine dell'inverno affittai una casa tutta per me. I triestini mi volevano bene come uno di famiglia e Maria, la figlia più giovane , si era pure innamorata di me. Sapevano che ero maritato, e per toglierla dall'imbarazzo pensai di andare a vivere da solo, così lei poteva venirmi a trovare quando voleva.

Mi trovavo da dio con Maria. La guardavo spesso mentre dormiva accanto a me, e fantasticavo. Me la immaginavo bambina, con i capelli chiari e le guance rosse per il gran vento freddo, mentre io, miglia e miglia più a sud, con la scusa di pregare per le anime del Purgatorio, mi infilavo in una chiesa coi muri spessi per togliermi l'afa dello scirocco che soffiava da Malta.

Fu all'inizio di giugno che assieme ad un altro pozzallese andai in Alaska per la pesca del salmone. Avevamo un ingaggio con una compagnia di Dillingham, nella Bristol Bay, che ci mise a disposizione una barca da venti piedi con randa e fiocco, attrezzata di tutto punto per la pesca, e una baracca con due brande e una stufa di ghisa per quando eravamo a terra.

Colpi di mare a parte, ci veniva difficile capire se sentivamo più freddo quando eravamo in mare aperto o quando stavamo in baracca. La pesca era abbondante e ogni salmone catturato ci veniva pagato dalla compagnia da trenta centesimi a mezzo dollaro, a seconda della grandezza.

Nelle giornate di maltempo ci riunivamo in tanti in un grosso capannone di lamiera a bere birra, giocare a carte e parlare della pesca. Molti di noi sedevano ai tavoli quasi sempre con delle coperte pesanti sulle spalle, cercando di cacciare via il freddo e l'umido preso a bordo. Fu lì che vidi la lista dei migliori pescatori della settimana, aperta sempre da due norvegini vecchi del posto. Da tre stagioni i norvegini prendevano settimana per settimana il bonus di venti dollari assegnato dalla Compagnia a chi sbarcava più pesce. Bevvi una birra assieme a loro, parlando a fatica con le poche parole che avevo imparato negli otto mesi a bordo al 'Kristiansund'.

Li tenni d'occhio per un paio di settimane e scoprii che uscivano in mare più presto degli altri, per andare in una insenatura poco frequentata. Convinsi il mio compagno ad anticipare di due ore buone la partenza dal porto, in modo da andare a prendere il posto ai norvegini.

Ci andò bene, anche perché quando videro che li avevamo anticipati non fecero rogne. Virarono di bordo e andarono a calare le reti da un'altra parte.

Quella settimana fummo noi che riuscimmo a prendere i venti dollari della Compagnia . Per i norvegini la delusione fu grande, non tanto per i soldi, ma per essere stati giocati da noi, che eravamo gli ultimi arrivati.

Nei giorni successivi tornammo ai soliti orari e cercammo di non infastidire i norvegini. Oramai la soddisfazione me l' ero presa.

Uno di loro però non mi salutava più. Quando passava accanto a me mi guardava con occhi duri come biglie di vetro. Mi chiesi se ci saremmo più parlati.

Un sabato sera mi ero appena messo a letto sotto una montagna di coperte quando sentii una mano pesante bussare alla porta. Qualcosa mi disse di non aprire, ma il mio compagno era sceso dal letto e aveva già girato la chiave nella serratura.

In un istante vidi il norvegino ubriaco fradicio accanto a me: mi stava puntando contro una pistola mentre gridava parole che non capivo. Mi alzai dal letto e gli andai incontro per tentare di calmarlo.

Quando capii che non sentiva ragioni, tentai il tutto per tutto e gli scagliai addosso la coperta che tenevo sulle spalle, riuscendolo poi a buttare a terra con l'aiuto del mio compagno.

Gli togliemmo la pistola di mano e a fatica lo buttammo fuori dalla baracca, avvolto attorno alla coperta come uno stoccafisso incartato.

L'indomani mattina lo vidi al porto con la faccia disfatta e la mia coperta ancora addosso. Aveva passato la notte al gelo, forse a ripensare a quello che aveva fatto.

Mi chiese scusa e mi offrì il caffè prima di mollare le cime e ripartire per altre quattordici ore di mare, freddo e pesci che saltavano come diavoli sul pagliolo della barca.

Alla fine della stagione restituii la pistola al norvegino e rifeci la valigia per San Pedro, dove arrivai nel primo pomeriggio. Ad attendermi sulla porta di casa trovai Maria, a cui avevo lasciato le chiavi. Tutto era pulito ed in ordine. Sul tavolo della cucina c'era anche un vaso di fiori .

La abbracciai stretta stretta e mi resi conto di quanto mi era mancata. Passammo il resto della giornata e gran parte della notte abbracciati, troppo contenti per dire qualcosa. Ci addormentammo, spossati , alle prime luci dell'alba.

Verso le sei qualcuno bussò alla porta. Dopo qualche istante di confusione capii che erano poliziotti in borghese dell'Immigration:

-Are you Mario Piacentino?- mi chiese uno dei due.

-Yesse - risposi io come un cane rabbioso.

-You gotta come with us. Wanna see your paisani before you come with us?

-No, tenkiù - risposi incazzato. Appena sentita la parola 'paisanì'avevo capito tutto.

Abbracciai Maria senza dire nulla, senza avere nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi. Mi sentivo gelare dentro, come se una mano mi avesse tirato in fondo a un mare scuro scuro.

Un mese dopo ero di nuovo in paese. Sin dal primo giorno dopo il ritorno a Pozzallo mi ero messo a dormire lontano da mia moglie. Volevo farle capire quanto odiavo la sua pensata di strapparmi da San Pedro per buttarmi di nuovo nella vita di prima.

Cercai altre due volte di sbarcare in America, ma non ci fu niente da fare; oramai ero nella lista nera dell'Immigration.

Cominciai da allora a fare imbarchi sempre più lunghi per non dargliela vinta a mia moglie, che mi aveva fatto prendere dall'Immigration solo perché in paese qualcuno mormorava che mi ero rifatto una vita. Solo per quello.

Adesso hai capito perché sto su questa nave da più di sei anni, e andrò via da qui solo quando verrà mandata a demolizione. Per trovarmi un altro imbarco. Tanto io i soldi a mia moglie non li ho fatti mai mancare.

 

SCORFANI E CIPOLLE A TRAPANI

 

     Stanotte l'urlare del maestrale, venuto all’improvviso, mi ha fatto pensare a Liborio. Proprio a lui, che di solito associavo alla bonaccia.

Liborio vestiva di n'tocco. Vale a dire, andava in giro con i pantaloni e la casacca di cotone blu scuro portati dai pescatori fin dai tempi in cui i genovesi frequentavano il nostro mare assieme ai saraceni.

Era minuto e mite. Aveva occhi neri che parlavano di una malinconia in cui era bello perdersi; occhi che avrei rivisto nelle facce di certi pescatori portoghesi .

In testa portava un basco sdrucito, panno azzurro stinto dal battere del sole nelle lunghe ore di remo. Ore passate a spingere da solo il suo gozzo da una secca all'altra, là dove la città tende una lembo accidentato di scogliera bruna ad insinuarsi tra cielo e mare.

Liborio era un conzaiolo. Possedeva sette lunghezze di conzo da cui si staccavano decine di ami preparati con esche di sgombro sauro. Ne cavava pesce abbastanza per dargli da vivere a lui e a sua moglie, senza costringerlo ad imbarcarsi sui vapori per lunghi, interminabili viaggi.

Sapeva dove calarli, i suoi conzi. Se non fosse stato sempre a disagio nel contrastare la cialtroneria vociante dei grossisti del mercato ittico, la costanza con cui riempiva le sue quattro cassette di pesce di scoglio lo avrebbe reso quasi ricco.

Abitava in via Sant'Anna, accanto alla casa un pò fatiscente che mio padre aveva acquistato durante una delle sue soste irrequiete tra un imbarco e l'altro. Erano i tempi in cui ottenere un contratto di arruolamento era più difficile che mai, e riuscire a trovare un vapore da carico, magari norvegino, su cui sudare e bestemmiare per due anni e mezzo di fila era quasi considerato un privilegio. Così lo vedevamo ogni due, tre anni.

Che stesse sbarcando me ne accorgevo dal nervosismo di mia madre, che nei giorni precedenti la venuta del marito perdeva la serenità forzata con cui reggeva da quasi vedova una banda di cinque marmocchi vocianti: mia madre non sapeva come comportarsi con quell'illustre sconosciuto che ogni tre anni veniva a casa a riposarsi per poche settimane e poi cominciare a smaniare di andar via.

Non che sulle navi lui facesse una gran vita; solo che i tempi ferreamente regolati dalle guardie di quattro ore, scansioni a volte disumane che non sapevano distinguere tra caldo e freddo, giorno e notte, tempesta o bonaccia, li trovava più sopportabili di una famiglia in cui, per forza di cose, si sentiva estraneo.

Eppure un minimo d'intesa con mia madre riusciva pure a trovarla, altrimenti mal si sarebbe spiegata la distanza quasi perfetta di tre anni che separava la nascita di un figlio dall'altro.

Liborio invece lo vedevamo quasi ogni giorno. Veniva di tardo pomeriggio, spesso con del pesce da regalare a mia madre; pesce che non era riuscito a vendere al prezzo che voleva lui o che forse considerava troppo prezioso per cederlo a degli estranei.

Tracine, scorfani e cipolle erano quelli preferiti sia da mia madre che da Liborio. E tra questi erano le cipolle, che poi sarebbero gli scorfani rossi nel dialetto dei trapanesi, i pesci più apprezzati da quel pescatore minuto e sparagnino di parole.

A casa mia arrivava quindi pesce da zuppa, perché mettersi a friggere mentre il marito era imbarcato veniva considerato dalle vicine segno di sfrontatezza e scarso rispetto per gli uomini che rischiavano la vita in mari lontani. Chi poteva dimostrare, infatti, che l'olio messo a sfrigolare sul fornello non stesse a cuocere le frittelle appena tollerate nei giorni di festa?

Niente triglie, viole e cicerelli fritti, quindi: troppo godimento per quel mondo permeato di rudimentale, inconsapevole rigore, dove il senso del dovere si intrecciava con un'aria persistente di quaresima.

Con pochi gesti precisi mia madre preparava il pesce per la cottura, mentre Liborio, la mano appoggiata sul tavolo di cucina ed un curioso abbozzo di sorriso, la guardava beato. I pesci offerti quasi ogni giorno dal nostro vicino finivano quindi in acqua bollente, come prescritto fin dalla notte dei tempi da un uomo senza fantasia, certo Archestrato da Gela: "Bollisci e porta in tavola con olio e limone".

La visita di Liborio durava una manciata di minuti. Poi il pescatore salutava con un paio di monosillabi e lo si accompagnava con lo sguardo verso la porta, certi di rivederlo puntuale il giorno dopo.

Solo quando c'era tramontana e l'eco del mare grosso riusciva a passare attraverso le mura aragonesi che facevano da scudo tra le case della via e le mareggiate, Liborio non usciva a pesca. Allora lo vedevamo venire di rado da noi, perché non c'era il pretesto del pesce da donare.

In quei giorni faceva la spola irrequieto tra la casa e il porticciolo di porta Osuna, a controllare gli ormeggi dell'imbarcazione dipinta di turchino e nero ereditata dal suocero. Tornando dal porticciolo si fermava di frequente nella botteguccia buia della zà Barbara, dove spendeva qualche spicciolo in biglie di vetro e castagne secche da regalare allo stuolo di nipoti veri e fittizi di cui i miei fratelli ed io facevamo parte.

Diverse volte mi portò in mare con sè. L'ultima volta fu una mattina chiara e tranquilla di fine giugno.

Come sempre mi misi a poppa, ad osservare stupito le braccia di Liborio, nodose come rami di vecchio ulivo, spremere ogni onza di forza per spingere il gozzo al largo.

Arrivati al punto dove galleggiavano i suoi segnali di sughero, canne e stracci neri, lasciò i remi e si spostò a prua, a tirare i conzi calati all'alba.

Riempì di triglie di scoglio un paio di cassette e mi offrì del pane e tonnina per colazione, prima di rimettere la prua verso terra. Mangiavamo in silenzio da un pò di tempo, quando mi venne in testa di chiedere a Liborio se gli piaceva il mare.

Ci pensò un poco, prima di rispondere.

-Il mare,- disse sollevando un pò il basco per grattarsi leggermente la fronte - non è cosa che piace o non piace. C'è e basta.

-Ma vossía non ha mai paura del mare? - gli chiesi un pò ansioso: cattivo nuotatore come molti tra quelli nati in riva al mare, avevo spesso il timore di venire inghiottito da quella incomprensibile massa blu.

-No, basta rimanere in porto prima che si mette il mare grosso,- spiegò Liborio.

-Però a volte si mette burrasca mentre che si è soli in mare: allora vossía cosa fa ? -domandai.

-Gli metto la prua contro e cerco di tenerla. Se proprio uno non ce la fa più, vuol dire che è destinato.

-Destinato a che cosa? - chiesi lasciando il boccone a metà.

-Ad andare giù,- disse indicando con un gesto ampio della mano l'acqua salata che ci circondava. Come sempre, sorrideva mentre che parlava.

Era bonaccia fradicia; la bonaccia che nelle mattine d'estate precede il levarsi del grecale. Tutto sembrava nuovo, nitido, pulito, visto dal mare. Mentre Liborio parlava, guardavo in lontananza la città riflettere i rosa, gialli e avana delle case dei pescatori, poggiate dietro le mura di tramontana come cubi in un gioco di bambini. Un pò più distante, verso levante, lo smeraldo della cupola di San Francesco si stagliava contro i profili di altre case color avana. Era bella la mia città, vista dal mare. Non sembrava stesse morendo di un male oscuro di cui nessuno sapeva o voleva parlare. Qualcosa che stava consumando giorno dopo giorno il vigore a cui il continuo duello con il mare in altri tempi l'aveva abituata.

Liborio pose fine al mio guardare imbambolato verso riva, invitandomi a finire il boccone lasciato a metà:

-Mangia, mangia che sarai mangiato.

Solo il sorriso con cui accompagnò quella frase bizzarra ne precisò il fatalismo scanzonato.

-Mangiato da chi? - chiesi allarmato.

-O dai vermi o dai pesci. Ma non adesso, - aggiunse con naturalezza.

-Preferisco essere mangiato un giorno dai pesci e non dai vermi,-gridai quasi sul punto di scoppiare in lacrime. Quei discorsi strani, fatti in una mattina quieta e luminosa d'estate mi esasperavano.

-Anch'io preferisco così,- disse Liborio mentre inarcava la schiena e gonfiava i muscoli delle braccia sotto lo sforzo della voga. Erano remi tozzi e pesanti, quelli che maneggiava, fissati agli scalmi con stroppi di canapa sfilacciati dall'usura e dal tempo; tempo che invece non sembrava riuscisse a scalfire il fisico asciutto e minuto del pescatore.

Qualche settimana dopo quell'uscita in mare sbarcò mio padre. Lo sforzo di riabituarci a lui ci fece diradare i rapporti con i vicini. Così quasi non mi accorsi che Liborio non veniva più a salutarci nei pomeriggi. Forse non voleva appesantire con la sua presenza, a noi ben più familiare, lo sforzo di abituarci ad avere tutti e due i genitori a casa.

Mio padre quella volta aveva deciso di rimanere a terra per un periodo più lungo del solito, e si era comperato un gozzo ancora in buone condizioni, con l'intenzione di farlo andare a motore.

Chiese al mastro d'ascia di modificare la ruota di poppa e di predisporre una base robusta su cui montare un motore, un Farymann nuovo fiammante. Il fatto di essere impegnato in quella piccola impresa lo aveva aiutato a sentirsi un pò più a suo agio a casa, meno estraneo.

Dopo che il gozzo calafatato e ridipinto a nuovo fu varato, anche mio padre cominciò ad uscire a pesca, più per tenersi occupato che per necessità. Lo accompagnai spesso in quei giorni, affascinato dall'idea di andare per mare senza essere costretti finalmente alla fatica del remo o ai capricci del vento.

L'estate stava per finire ed era ormai da diverse settimane che non incontravamo Liborio; sembrava avesse anticipato gli orari di pesca e che al ritorno dal lavoro mangiasse per poi andare subito a dormire, senza nemmeno mettere il naso fuori dall'uscio di casa.

Una mattina all'alba la moglie di Liborio venne a svegliarci, chiedendo di mio padre. Aveva uno scialle nero sulle spalle e la faccia disfatta dal pianto.

-Entrate, donna Teresa, è successo qualcosa? - chiese mio padre con l'aria di chi aveva già intuito il motivo di quella visita inusuale.

-Liborio,-disse la donna, - è uscito ieri mattino alle due e lo aspettavo per il pomeriggio. Ho vegliato tutta la notte, sperando di vederlo tornare a casa da un momento all'altro, ma ora sta venendo di nuovo giorno e non mi sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere.

-Non vi preoccupate, che ve lo riporto sano e salvo vostro marito,-tentò di rassicurarla mio padre.

Poi, rivolto a mia madre che aveva sorpreso mordersi le labbra per una disperazione incapace di nascondersi, le chiese a bassa voce di fare compagnia alla vicina e aspettare il suo ritorno. Io stavo accanto a lui; ero ancora caldo di sonno e cercavo di capire cosa stesse accadendo.

-Sai dove va a calare i conzi zio Liborio? -mi chiese mio padre dopo avermi portato sull'uscio di casa, lontano dalle donne.

-Forse tra la torre di Ligny e lo scoglio del Malconsiglio. Siamo andati sempre lì a tirarli, - gli bisbigliai.

Ci vestimmo in fretta e corremmo al porticciolo che già faceva giorno. Pochi minuti dopo puntavamo la prua verso ponente, con il Farymann che girava un pò a fatica, quasi sorpreso di essere stato messo in moto in quell'ora inopportuna.

Mentre ci avvicinavamo al grosso scoglio che emergeva ad un quarto di miglio dalla torre, mio padre mi lanciò un vecchio giubbotto salvagente logorato dall'umidità.

-Mettilo,-mi gridò mentre a sua volta indossava un altro salvagente,- se no quando verrà la Capitaneria ci farà passare i guai.

-Pensi che verrà?- gli chiesi stupito.

-Si, esce sempre... quando non c'e più bisogno,-rispose tagliente mio padre.

Girammo attorno allo scoglio per cercare i segnali di Liborio. Erano ancora lì, ma non c'era traccia nè di lui nè della barca. Cominciammo a fare giri sempre più ampi, cercando indizi sulla superficie tranquilla di bonaccia.

Erano già le nove del mattino e il nostro cercare ci aveva portati verso l'isola di Formica. Fu lì vicino che vedemmo la barca vuota di Liborio, alla deriva e senza remi. Ce la rimorchiammo dietro e sbarcammo sull'isola. Vagammo per quasi un'ora attorno alla tonnara diroccata, tra grosse ancore arrugginite e le attrezzature abbandonate dopo l'ultima mattanza. Poi su uno scoglio affiorante sopravvento scorgemmo impigliato il basco di Liborio.

La permanenza in acqua gli aveva ridato la parvenza del colore originario; era azzurro scuro, adesso. Fu allora che una piccola onda si alzò silenziosamente a lambire la cima dello scoglio per sollevare il basco e trascinarselo lentamente via.

Ci guardammo per un pò, senza sapere che fare. Poi, forse per distrarmi, mio padre tirò fuori da una tasca un biscotto salato e me lo offrì.

Me la rigirai un pò tra le dita, per poi scagliarlo con forza in mare, per i pesci, imprecando tra le lacrime:

-Buttana dell'inferno ladro, mangiatevi questo, ma lasciate in pace Liborio!

Da lontano vedemmo altre barche di pescatori avvicinarsi verso di noi. La ricerca del disperso era terminata.

Il giorno dopo vidi mia madre andare presto al mercato del pesce, da cui tornò con sarde freschissime,un piccolo scorfano rosso e un bel mazzo di finocchietto selvatico.

Alla sera aiutai mia madre a portare alla vedova di liborio una teglia di pasta con le sarde passata al forno dal panettiere di Porta Osuna. Era il cònsolo, il cibo che i vicini usavano portare alle famiglie colpite da lutti pesanti, come nei casi di naufragio.

Agli ziti conditi con sarde, pinoli, uva passa e pan grattato, mia madre aveva aggiunto di nascosto la cipolla diliscata e sbriciolata sino a confondersi con il resto del condimento. A Liborio quella bizzarra trasgressione sarebbe piaciuta.

Occhiate a Punta S.Anna: la leggenda del “Taurro”

 

Boston, 29 settembre 1872

Reverendissimi Regi Cappellani,

Vi scrivo come maretimaro da lunghi anni in terra da Merica, senza più parenti stretti nell’Isola.

Con l’aiuto di Dio e di Maria SS. Delle Grazie, i miei anni in terra da Merica prosperi furono assai, tanto che potei concedere alla mia amatissima figghia Lina di fare le Scole Alte di  Scenze Naturali qui a Boston.

D’accordo con i soi valenti professura mericani, la mia figghia decise di studiare le piante e le erve della mia amatissima Isola, di cui tanto le avìa parlato quando lei, la mia figghia, era picciridda. Per dari un tagghio a questa lettera, che sta addiventanno troppo longa, Vi chiedo questo: che Voi, Reverendissimi Regi Cappellani, trovati un alloggio per sei mesi per mia figghia Lina (primavera-estati 1873), e io Vi prometto di mantarvi una forte donazione in dollari mericani alla chiesa nostra di Maria SS. Delle Grazie.

Sentitamente ringrazzio

Incaviglia Salvatore

Maretimaro in Boston

 

P.S: ho scritto questa lettera riportando fedelmente le parole del mio parrocchiano Salvatore, che è diventato sì ricco e qualche volta anche generoso ma, non sa scriviri in taliano ( e manco in siciliano e mericano, a voler esseri precisi).

 Patre Tanino Scarfì,

Missionario messinisi( di Messina) in Boston

 

 

 

 

Marettimo, 31 dicembre 1872

 

Dilettissimo figliuolo Maretimaro Incaviglia Salvatore, abbiamo con immenso interesse leggiuto la vostra lettera e ci preme rispondere quanto segue:

la signorina Incaviglia Lina sarà la benvenuta nella nostra Isola dove, pur tra tanti stenti, respirarono aria finissima e bevettero acqua freschissima i vostri antenati. Inoltre riteniamo che molto c’è da studiare, catalogare, sceverare sulla natura bellissima dell’Isola. A tal uopo, ispirati dalla Madonna SS. Di Custonaci, abbiamo pensato bene di far assistiri la vostra figliuola, nelle sue esplorazioni a Marettimo, da un giovane pastore rispettoso dei nostri insegnamenti e timorato di Dio assai. Pensate: è tanto forte che lo abbiamo talvolta chiamato “Taurus”, che nella lingua Latina in uso nelle funzioni della nostra  Chiesa  vuol dire “Toro”. Pur chiamandosi questo giovane forzuto e timorato di dio Mastellini Giuseppe, gli altri isolani l’hanno preso a chiamare “Taurro”. Pascola le sue greggi tra le Case Romane e Pizzo Falcone, dove l’erba è fina assai.

Vi farà inoltre piacere apprendere che per il comodo di vostra figlia abbiamo provveduto a sistemari una stanza piccola ma pulita accanto alla nuova Chiesa, ora sita in mezzo all’abitato e ricavata da un vecchio magazzino da poco acquistato, con le limòsine di tutto il paese, dal signor Carriglio Nicolò. A proposito, avento la nuova Chiesa bisogno di completare l’arredo sacro, la vostra donazione cade come manna dal cielo sulla nostra dignitosissima ma pur sempre bisognosissima comunità.

Se non avete nulla in contrario, aspettiamo quinti la signorina Incaviglia Lina dopo il 21 di marzo, vale a diri dallo Equinozzio di Primavera in poi.

Vostri servitori in Cristo

Sac. Don Giuseppe Criscenti

Sac. Don Francesco Bileti

 

P.S: ci teniamo a farvi sapere che da quando siamo sbarcati nell’Isola, ormai diversi anni fa, la Chiesa di Marettimo non è più dedicata a Maria SS. delle Grazie, ma a Maria SS. di Custonaci. Che poi sempre Maria SS. è. Speriamo vivamente che tale nostra iniziativa, dovuta all’essere noi stessi originari di Monte San Giuliano e a suo tempo ignari delle cose dell’Isola, non influisca perniciosamente nella vostra  propensione a donare. Qui, come abbiamo già detto, l’aria è fina ma la Chiesa è povera assai.   

S.d.G.C.

S.d.F.B.

 

Dalla lettera con cui i due Regi Cappellani si premurarono di rispondere al marettimaro residente in Boston, non ci vuole molto a capire che Giuseppe Mastellini di Andrea, detto “Taurro”, era a quei tempi un personaggio piuttosto popolare nella piccola comunità isolana.

Prima di tutto, era un giovane alto e prestante, con una forza a dir poco prodigiosa. Aveva, è vero, delle labbra un po’ troppo sporgenti, ma il viso era ingentilito da occhi chiari intelligenti e vivi, appena velati da un accenno di malinconia. Viveva senza famiglia per un evento piuttosto triste che aveva colpito diversi giovani della sua generazione. Quando, infatti, Andrea Mastellini e la moglie Anna Anguzza avevano deciso di vendere i pochi averi e si erano indebitati sino al collo per comprare un biglietto di terza classe per l’America, Giuseppe era dovuto rimanere in Italia per svolgere i lunghi anni di servizio militare di leva. I patti erano che al più presto, dopo il congedo, il ragazzo si sarebbe ricongiunto alla famiglia; ma qualcosa in America era andato storto, e i documenti necessari non erano arrivati.

Era giunta invece una certa somma di denaro con il quale il padre lo invitava a comprarsi un piccolo gregge di pecore e vivere di quell’attività, nell'attesa di partire anche lui per l’America. Quello di trasformare il figlio nell’unico pastore dell’Isola era stato un voto che papà Andrea  aveva pronunciato la notte in cui la barca  di famiglia era naufragata e lui stesso stava per sbattere sulla scogliera di Punta Libeccio dopo che il mare gli aveva appena portato via il padre e i due fratelli assieme ai quali era uscito a pesca.

Ormai Giuseppe aveva trentadue anni e, sebbene ammirato dalle isolane, quel suo strano, eccentrico mestiere impostogli dal padre lontano gli aveva impedito di sposarsi. Le ragazze accettavano, lusingate, i doni di cacio e ricotta che il Taurro  faceva speranzoso, ma il permesso delle famiglie non arrivava mai: le  figlie da maritare, come da tradizione, erano destinate a marinai o pescatori.

Così qualcuno, con  umorismo un po’ greve, aveva adattato al povero ragazzo le parole di una canzone  popolare:

 

“-Oé mammà, mi vogghiu marità!

   Oé mammà, mi vogghiu marità!

   Oé mammà, mi vogghiu marità!

  -Figghia mia a ccù t’a ddari?

  -Mamma mia pensaci tu!

  - Si cci rugnu lu Taurru, iddu va, iddu veni,

  la ricotta mmanu teni.

  Si ci attacca la fantasia, ricuttìa la figghia mia!”

 

     Inutile dire che i Regi Cappellani padre Criscenti e padre Bileti avevano preso a ben volere il giovane: anche lui, come loro,  sembrava destinato a un celibato forzato, vissuto con poca gioia.

Gli avevano insegnato a leggere e scrivere e lo invitavano spesso, durante le festività più importanti, a pranzare con loro, privi com'erano tutti e tre di parenti nell’Isola. Il Taurro ricambiava come poteva la loro amicizia, con latte, ricotta e piccole donazioni di denaro che il suo apprezzato lavoro di caricatore   di legna da ardere sugli schifazzi gli rendeva di tanto in tanto disponibile.

 

Come pattuito nello scambio di lettere  tra Salvatore Incaviglia e i Regi Cappellani, alla fine di marzo 1873 una giovane donna sbarcò al Molo Vecchio dallo schifazzo che  ogni settimana, nella buona stagione, veniva nell’isola a caricare fascine d'odorosi legni di macchia.

Era vestita di bianco e indossava un curioso quanto leggiadro cappellino di paglia per proteggersi dal sole. La pelle chiarissima faceva contrasto con una folta massa di capelli neri lunghi e ricci, legati con una vezzoso nastro di velluto verde intenso, lo stesso colore degli occhi. Era seguita da una discreta serie di bagagli, tra i quali si faceva notare un fascio di stecche di legno di faggio tenute assieme da alcuni giri di tela da vela, il tutto imballato con cura.

Subito si capì che la botanica era l’interesse più forte della giovane naturalista,  la quale, seguita ed assistita dal Taurro, cominciò a riempire taccuini su taccuini di appunti sulla flora isolana. Pur munita di una copia della Florae Siculae Synopsis  di Gussone del 1834, fortunosamente trovata nella biblioteca universitaria di Boston, Lina Incaviglia giorno dopo giorno scoprì specie ancora sconosciute alla scienza del tempo. Delle sue scoperte ed osservazioni avrebbe fatto in seguito incetta il professor Lojacono, acclamato autore della Flora Sicula del 1888.

Con l’allungarsi delle giornate e la venuta di un bel tempo stabile, una mattina di maggio Lina fu vista sulla spiaggia di ghiaia dello Scalo Vecchio, seguita dal Taurro che portava sulle spalle il misterioso pacco di stecche di legno e tela. La ragazza indossava una veste piuttosto corta che le lasciava  libere gambe e braccia e recava un rudimentale giubbotto salvagente di sughero e tela.

Arrivati che furono sulla battigia, il collo trasportato dal pastore fu accuratamente disimballato da Lina.  Bastarono pochi minuti e, seguendo le istruzioni di un libriccino, quei materiali sconnessi trovarono sede nei precisi incastri predisposti nelle stecche di legno, trasformandosi in un minuscolo, leggero battello smontabile di tela, di quelli  usati  da esploratori e incursori di marina.

Dopo aver indossato il salvagente la giovane donna, tra lo stupore dei presenti, prese il largo a colpi di pagaia, dirigendosi verso la  Grotta del Cammello dove, aveva sentito, vivevano alcuni buoi marini con i loro piccoli.

Appena  una ventina di minuti più tardi  Lina, che aveva declinato l’invito di essere accompagnata da chicchessia, scivolò con il suo battellino all’interno dello specchio d’acqua della grotta, pagaiando con grande cautela ed ammirando i riflessi verdi che dalla tranquilla massa liquida si riverberavano sull’ampia volta della cavità. In una spiaggetta in fondo alla grotta, un paio  di  femmine  di foca dormivano profondamente accanto ai loro cuccioli, riempiendo l’ambiente del loro quieto russare. Lina estrasse un taccuino da una busta di tela cerata e disegnò con veloci tratti di lapis la scena che si presentava ai suoi occhi. Poi, in fondo alla pagina, annotò: “Monachus monachus, Marettimo Island, May, 22nd, 1873”. Probabilmente quello di Lina Incaviglia  fu il primo ed ultimo disegno dal vivo di una colonia di foche monache avvistate in una grotta dell’isola.

Al ritorno verso lo Scalo Vecchio, la ragazza notò con una certa preoccupazione che il tempo era cambiato e che raffiche di greco e levante la stavano spingendo sulla scogliera in prossimità del Passo del Bue. Un colpo di mare improvviso fece capovolgere il battellino, rovesciando la giovane studiosa in acqua.

Si risvegliò adagiata sugli scogli piatti vicini a quella che gli isolani chiamano “Pezzotta Formaggio”, un grosso masso lavico immerso a pochi metri dalla riva, la cui quasi perfetta forma cilindrica fa onore al nome. La ragazza era stordita e infreddolita, con la tela leggera della veste che aderiva al corpo  per l’acqua di mare di cui si era imbevuta. Accanto a lei un fuoco di sterpi acceso in fretta e furia dal Taurro stava cercando di fugare i brividi di freddo misti a paura della ragazza. Il pastore aveva seguito il battello di tela dalla riva, inerpicandosi sul sentiero stretto ed accidentato che costeggia quella parte dell’isola. Per un caso fortuito era riuscito a portare la ragazza priva di sensi a riva, prima che la risacca la sbattesse sugli scogli.

- Grazie. Il taccuino dov’è? - chiese Lina non appena aprì gli occhi.

- E’ qui, - disse il pastore porgendole con un sorriso la busta di tela incerata.

La ragazza aprì febbrilmente la sacca impermeabile e notò con sollievo che il taccuino e il suo prezioso schizzo erano rimasti intatti. Ricambiò il sorriso e, insieme al Taurro, si avviò verso il paese, dove l’aspettavano le preoccupate richieste di spiegazioni da parte dei due Regi Cappellani.

Nei giorni successivi Lina se ne stette chiusa nel suo alloggio, mettendo ordine negli schizzi e appunti raccolti nelle settimane precedenti.

Una nitida mattina di bonaccia si avviò verso le Case Romane con uno zainetto in spalla. Giunta che fu nello spiazzo erboso tra la  chiesetta abbandonata dai monaci Basiliani e i resti di un fortino romano, vi trovò il Taurro con il suo gregge.

- Mi accompagni verso Pizzo Falcone? – chiese sfoggiando un sorriso bambino.

- Si, ma le pecore?

- Ce le portiamo dietro.

- Allora saliamo per un sentiero un po’ più comodo. Non arriva a Pizzo Falcone, ma poco manca dalla cima.

Dopo un paio di ore di cammino su un’idea di sentiero rallentato dall’intrico di cespugli di erica, timo e rosmarino, raggiunsero il punto dove il tracciato, che a prima vista sembrava stesse per raggiungere Pizzo Falcone, scartava deciso verso destra. La cima del rilievo più alto dell’isola non era lontana, ma lo sguardo si perdeva ora verso un vallone che guardava a tramontana. Un po’ più a destra,  il promontorio di Punta Troia mostrava a malapena la sagoma del Castello, da pochi decenni non più orrida prigione borbonica, ma fascinosa  rovina. 

I due interruppero il loro cammino e si sedettero  su dei massi piatti sepolti nell’erica, appena sopra il sentiero. Lina estrasse dallo zaino un piccolo cannocchiale d’ottone e cominciò a scrutare il mare.

- Cosa si vede? – chiese il Taurro, dividendo l’attenzione tra la ragazza con il cannocchiale e il gregge che si allontanava piano piano  dal punto dove si erano fermati.

- Nulla di particolare. Un paio di imbarcazioni che vanno verso il banco dei coralli ed un bastimento in navigazione verso la Sardegna. Sai cosa si vede  guardando verso tramontana, a sinistra, e usando anche la fantasia?

- Genova.

- Si, Genova. E’ in quel porto che sono sbarcata in Italia.

- Posso vedere? – domandò il pastore  avvicinandosi lentamente a Lina e sentendo un buon odore di saponetta spandersi dalla pelle chiara della ragazza.

- Tieni. Gira piano la ghiera per la messa a fuoco, e se sei fortunato vedraiquel grande porto, - scherzò la ragazza.

- Lo vedo. E vedo pure una giovane donna che si sta imbarcando su un piroscafo per la Merica. Dall’espressione della sua faccia non capisco se è triste o contenta.

- Un po’ triste, un po’ contenta. Contenta di portare a termine i suoi studi e triste di lasciare un posto così bello e nascosto. Però voglio lasciarti in ricordo questo cannocchiale. Ti piace?

- Si. Ma dimmi: la gente, la gente di qui non t’interessa?

- M’interessa più la natura che le persone, ad essere sincera. Ma le persone buone, quando si trovano, qui sono speciali, - spiegò Lina accarezzando la guancia liscia del Taurro, quella mattina accuratamente rasato e profumato con un paio di gocce di acqua di lavanda. – Non sapevo che qui i pastori andassero in giro così curati, - scherzò ridendo la ragazza.

- Prima di tutto non sono pastore; aspetto solo i documenti per andarmene ‘na Merica. Secondo poi, stamattina, dopo la prima mungitura, mi sono lavato per bene e mi sono pure rasato senza farmi un graffio. L’aria era così bella e fine che sembrava un peccato allordarla con l’odore di pecurume che mi porto sempre dietro. Nemmeno pensavo che sarebbe venuta a cercarmi una persona bella e fine come te, - spiegò il Taurro abbassando la voce e rendendo il cannocchiale a Lina Incaviglia. Le mani si sfiorarono leggere, e poco dopo anche le labbra si accostarono. La ragazza rimase sorpresa dalla inaspettata delicatezza di Giuseppe, e non volle scoraggiarlo.

Cominciarono a scendere verso le Case Romane dopo diverse ore, tenendosi per mano. La ragazza si trattenne ancora un poco in quel luogo silenzioso e impregnato di mistero, osservando con curiosità l’interno della chiesetta bizantina usata come ovile dal Taurro. Poi si sedettero accanto alla sorgente lì vicina e ascoltarono lo scorrere tranquillo dell’acqua.

- Tu vai mai a pescare? – chiese Lina all’improvviso.

- Si, ma senza barca. Me l’ ha proibito mio padre.

- E come fai a pescare senza la barca?

- O mi porto dietro  il rizzagghio e lo lancio dalla riva per prendere sarpe, o uso la lenza per prendere occhiate a Punta S.Anna quando c’è burrasca.

- La lenza so cos’è; ma il rizzagghio?

- E’ una rete tonda, larga quattro braccia. A portarla sulla spalla non pesa poi tanto: saranno sei o sette chili. Più di una volta sono andato a Punta Libeccio a piedi, con le pecore dietro e il rizzagghio sulla spalla. L’ho lanciato dove so io,  e una volta ho riempito di sarpe una barca di passaggio, - disse il ragazzo con orgoglio.

- E per fare la zuppa cosa sono meglio, le sarpe o le occhiate?

- Non lo so. Io  tutto quello che pesco lo arrostisco sulla brace. Per fare la zuppa ci vuole una pignata, e non ce l’ho. Bisogna farsela comprare a Trapani.

- Te la porto io, assieme a delle gallette. Conosci un forno buono, a Trapani?

- E’ in via Cortina, davanti allo Speziale. E’ un forno piccolo, ma quando i marinai partono per un viaggio lungo, le gallette vanno a comprarle lì.

 

     Si rividero una settimana dopo, quando Lina Incaviglia salì alle Case Romane accompagnata Padre Criscenti e Padre Bileti  assieme a Mastro Pietro e Mastro Stefano, due muratori ingaggiati a Trapani da Lina. Giunti che furono alla sorgente, alle spalle della chiesetta Bizantina, la ragazza aprì un rotolo di carta da disegno e, con un sorriso di esultanza, mostrò ai presenti lo schizzo di un progetto che accarezzava dalla  prima volta che aveva visitato la chiesetta.

L’indomani mattina  due squadre di manovali portarono tufi e calcina  alle Case Romane; poi, sotto la direzione di Mastro Pietro, cominciarono a costruire accanto alla chiesetta una semplice ma spaziosa casetta di tufi bianchi per il Taurro. Questi, in cambio, aiutò Lina a ripulire il pavimento della chiesetta  e a dare una buona mano di calce alle pareti appena  restaurate da Mastro Stefano.

Un paio di settimane dopo tutto era pronto. Mastro Pietro e Mastro Stefano, grati per la buona paga e per l’accoglienza avute nell’Isola, ebbero anche il tempo e l’estro di costruire una cisterna per utilizzare al meglio la buona acqua che sgorgava dietro la chiesetta. Questa, intonacata fresca con calce colorata da un’idea di indaco, rifletteva con nuova forza i raggi di sole dispensati da quell’inizio d’estate benedetto dal cielo.

Nei giorni successivi e per tutto il resto della stagione, Lina venne quasi ogni giorno a vedere il pastore, aiutandolo a rendere accogliente il nuovo alloggio e dividendo il resto del tempo tra lo studio e lunghe escursioni con il Taurro. Spesso rimase a dormire a Case Romane, dopo aver passato la notte a scrutare gli astri con il cannocchiale in compagnia di quello che era diventato più di un amico.

Un giorno di fine agosto, quando un’improvvisa tempesta di tramontana rese trùbbulo il mare davanti a Punta S.Anna, Lina andò con il pastore a pescare occhiate con la lenza, in mezzo agli spruzzi che la risacca spingeva con forza su quella scogliera aspra e scura. Passate alcune ore, se ne tornarono alle Case Romane con un paio di chilate di pesce fresco, felici come bambini.  

Dopo che il Taurro ebbe pulito i pesci e munte le pecore, Lina gli chiese di andare ad invitare i Regi Cappellani a cena.

- E cosa gli facciamo, occhiate alla brace?

- No, gli cuciniamo  un “ciauda”,-rispose la ragazza.

- E che cos’è?

- E’ la zuppa di pesce e latte che fanno a Boston e dintorni. Si pronuncia “ciauda” e si scrive “chowder”. E’ roba irlandese, di gente che spesso fa sia il pastore che il pescatore. Proprio come te.

Così, mentre il Taurro scendeva verso il paese, Lina sfilettò le occhiate e le dispose in un tegame di coccio smaltato, alternandole a fette sottili di patate e a gallette sbriciolate. Poi aggiunse latte fresco e una manciata di sale grosso. Quindi accese un fuoco di fascine e mise il tutto a cuocere a fuoco lento per un’ora buona.

C’era ancora vento fresco quando i Regi Cappellani, che si erano portati dietro un fiasco di bianco d’Alcamo, vennero accolti da quella zuppa di pesce  sapida e densa.

- Tornate in paese con noi? – chiese padre Criscenti alla ragazza alla fine della serata.

- No, aiuto Giuseppe a rassettare la casa. Ci vediamo domani, - rispose Lina con un sorriso. Sapeva di avere i Cappellani dalla sua parte: non avrebbero insistito.

 

Come previsto, Lina  Incaviglia lasciò Marettimo il 23 settembre 1873, solstizio d’autunno. Per giorni e giorni il Taurro stette a scrutare con il cannocchiale il mare di Tramontana dallo stesso punto dove lui e Lina si erano fermati durante  quella loro memorabile escursione verso le propaggini settentrionali di Monte Falcone. Poi di Giuseppe Mastellini, detto il Taurro, si persero le tracce. Certo è che il suo nome figurò nell’ultima lista d’imbarco per Nuova York del settembre 1874 di un’agenzia marittima genovese, appena un anno dopo la partenza di Lina. Se il Taurro abbia raggiunto la famiglia a Monterey, California o abbia invece puntato verso Boston per perdersi ancora una volta negli occhi di Lina, la storia non lo dice ma lo  si può immaginare.

Di lui rimangono nell’Isola di Marettimo un vecchio cannocchiale da marina di ottone e un quaderno scritto con una calligrafia un po’ incerta. Furono trovati in una rudimentale cassettina di zinco  da una squadra di operai stagionali della Forestale durante i lavori di sistemazione del sentiero che ancora oggi si chiama del “Taurro”. Il cannocchiale, di sicuro, prima o poi andrà a finire al Museo del Mare dell’Isola. Per quanto riguarda il quaderno, smarrito pochi giorni dopo il ritrovamento, si sa che  portava scritto nella prima pagina: “ Diario e Pensieri Giuseppe Mastellini di Andrea, detto “Taurro”, autunno 1873- primavera 1874. Copia fedele di quanto lui medesimo porterà nà Merica e mostrerà alla sua amata Lina”.

Forse qualcuno, un giorno, si prenderà la briga di ritrovare e magari far stampare le pagine nascoste dal Taurro prima di varcare l’Oceano. Ma quella è già un’altra storia.         

(Aprile 2004)

Nota per i lettori

Dopo "Alcuni colori del mare", stampato in un migliaio di copie e oramai pressoché esaurito, da Maréttimo mi è giunto l'invito a mettere assieme una nuova "muzziata" di storie di mare. Questa volta il tema è la pesca ed i pescatori.

Il primo racconto ha come protagonisti un calamaro di ragguardevoli dimensioni e un nostromo in pensione, ambedue ritratti in una curiosa foto esposta al Museo del Mare di Marettimo

Di delfini e della pesca clandestina che si svolgeva sino a qualche anno fa da parte di equipaggi siciliani che alimentavano il mercato nero del musciame di Genova è il tema del secondo racconto.

Il terzo racconto parla di coralli, ed è tratto da un romanzo inedito ambientato tra Trapani, Marettimo, Tunisi e Lampedusa a metà del 1700.

Di salmoni narra quarto racconto. A scanso di equivoci, vale la pena ricordare che i personaggi descritti nella storia sono del tutto inventati. La gara tra i pescatori siciliani e quelli norvegesi, che costituisce il nucleo centrale della storia stessa, è invece il frutto della testimonianza diretta di Pietro Ferrante, un abilissimo pescatore di salmoni originario di Favignana.

La quinta  storia tratta invece del misterioso naufragio di un pescatore che amava scorfani e cipolle: Questi ultimi, da non confondere con gli ortaggi, sarebbero gli scorfani rossi nel dialetto trapanese.

Di Occhiate tratta il quinto racconto: è quello del Taurro, che da il nome ad un angolo remoto di Marettimo, sotto Pizzo Falcone. Altre storie appariranno, assieme a queste, in stampa al più presto, spero per la primavera 2005.

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