Pigafetta a Malta

L'ultimo imbarco



1.

Fra Antonio giunge a Malta




12 Luglio 1529, lunedi,Villafranca, Contea di Nizza. Mollammo gli ormeggi dopo la messa celebrata all'alba davanti all' icona miracolosa della Madonna di Philèrmos.

Poi galere, caracche, navi, vascelli da carico, il galeone e una minuzzaglia di imbarcazioni di tutte le fogge e dimensioni cariche di esuli rodioti con donne, vecchi e bambini puntarono le prue verso Corsica e Sardegna. Quindi, a golfo lanciato, navigammo alla volta della Sicilia, per fare scalo a Tràpani ad aspettare in quel porto ospitale l'arrivo del Gran Maestro.


13 agosto 1529, venerdi, Canale di Sicilia.

Raggiuntoci a Tràpani il Gran Maestro Fra Filippo di Villers Lisleadamo, ce ne partimmo tutti assieme, puntando le prore verso Mezzogiorno. Doppiato il Lilibèo, ci mettemmo in rotta per il porto di Siracusa.


26 ottobre 1530, mercoledi, isola di Malta.

Passò un altro anno, lungo di privazioni, confusione e speranze deluse prima che l'Imperatore acconsentisse alla nostra flotta di profughi di mare di prendere possesso dell'isola di Malta. Vi sbarcammo con cautela, come se stessimo camminando su un ponte scivoloso di sevo. Dopo che un muro fu costruito di fretta e furia tutto attorno alla chiesa di San Lorenzo per proteggere la Madonna di Philèrmos, ci fu Messa di rigraziamento. Fu per noi stessi motivo di stupore come riuscimmo in tremilacinquecento e passa tra frati guerrieri e soldati e servitori e ufficiali delle galere coi loro marinari e rematori bonavoglia, e poi le folle di esuli rodioti con le loro famiglie, a stiparci in quella chiesa dataci in fretta e furia dalla gente del Borgo. Ma fu Messa, e pure solenne .

Tempo pochi giorni e riprenderemo il mare. Mentre si riparano i bastioni malandati di Forte Sant'Angelo, e i cavalieri delle otto Nazioni di Alvernia, Aragona, Castiglia, Francia, Germania Inghilterra, Italia, e Provenza cercano di trovare sistemazione al Borgo, già l'Ordine prepara la prima caravana in partenza dall'Isola. Del convoglio armato faranno parte una cinquantina di cavalieri per galera, e so già che sarò imbarcato da subito a dimostrare, anche a prezzo della vita, che la mia ordinazione a cavaliere di San Giovanni non giunse per caso.”



Antonio asciugò l'inchiostro dei suoi appunti con sabbia fine, li ripose in una sacca da viaggio e uscì a passi lenti dal convento della lingua d'Italia per avviarsi al molo.

Una sagoma sottile sbucò da un viottolo accanto alla chiesa di San Lorenzo e gridò allegra:

- Fra Antonio!

Franciska Zahra era vestita da paggio, ma la figura sottile e ben proporzionata aveva dei tratti femminili a malapena celati dalle brache colorate e dal giubbetto con le maniche a sbuffo portati di solito dagli scudieri. Il viso affilato e gli intensi occhi nocciola erano incorniciati da capelli da maschietto, anche se la forma delle labbra e una certa innata finezza suggerivano una femminilità a malapena nascosta.

Il cavaliere si volse verso l'adolescente e la guardò con aria tra il serio e il divertito:

- Che ci fai fuori dallo spitale? Le altre infermiere ti hanno già mandato via?

    - Fra Antonio, quando mi portate con voi in caravana? Rimarrete sempre senza scudiero? - insistette la giovinetta

    - Un'altra volta. Se al prossimo approdo non troverò il ragazzo adatto.

    - Perché, io non vado bene? E' da mesi che mi addestro a tirar di spada e a imparare a memoria le regole d'ingaggio.

    - Quelle in mare servono poco. Rimani a lavorare allo spitale degli Italiani e aiuta tua madre a sfamare la famiglia, che prima o poi tuo padre te lo riportiamo da Tùnisi sano e salvo. E senza riscatto, - promise l'uomo in tunica nera. Poi chiese:

    - A proposito, come si chiama?

    - Mio padre? Dominik.

    - E me le hai portate le parole del glossario maltese-italiano?

    - Eccole. Ho scritto tutto in sette fogli. Farete fatica a leggere, che scrivo male. Vi darò il resto quando tornate. Passerete da Tùnisi?

    - Forse. Di sicuro faremo il giro della Sicilia, per una prima ricognizione.

Qualche giorno dopo la caravana mollò gli ormeggi dal molo delle galere di Forte Sant'Angelo e si diresse verso Lampedusa, spinta da un vento teso di mezzogiorno e scirocco che le ampie vele latine delle galere e la perizia dei marinai di Rodi non fecero fatica ad imbrigliare e usare a piacimento. Dopo dieci anni di tribolazioni e pellegrinaggi di porto in porto, di castello in castello, di città in città, gli Spitalieri avevano ripreso il mare. Cavalieri delle otto nazioni d'Europa, ammiragli italiani e marinai rodioti formavano ancora la più temibile marina di cui i cristiani disponessero in quel braccio di mare conteso tra la croce e la mezzaluna. E se le navi superstiti dell'assedio turco a Rodi erano solo l'ombra della passata potenza, la voglia di combattere senza quartiere era rimasta intatta.

Il convoglio era formato dalle galere “Santa Croce”, “San Filippo” e “San Giovanni”, mentre la gran caracca “Sant'Anna” e la caracca “ Santa Maria” erano rimaste a Malta, assieme a un bel po' di naviglio leggero, a difendere le postazioni appena cedute da Carlo V agli Spitalieri di San Giovanni.

Fra Antonio come sempre, per motivi sconosciuti ai più, non figurava nel ruolino d'equipaggio, anche se il nuovo ammiraglio, fra Ercole, aveva fatto di tutto per averlo accanto a sé sulla “Santa Croce”, la galera capitana.

Nella loro prima ricognizione in quei mari occidentali poco conosciuti, l'esperienza in mari lontani e misteriosi di fra Antonio rassicurava l'ammiraglio.

Si fermarono a Lampedusa a fare rilievi e ad aggiornare le carte di quel prezioso porto franco e a prelevare le offerte da portare al santuario della Madonna di Tràpani, all'estremo ponente dell'Isola di Sicilia. Continuarono verso Pantelleria, a cercare posti utili per l' acquata, la scorta di acqua dolce che in quelle coste spesso riarse era più preziosa di spezie, ori e broccati. In quell'isola sferzata dai venti Antonio, su incarico dell'ammiraglio, visionò il portolano offerto in vendita da un Panteco, il cui archivio -si diceva- celava tutti i segreti degli approdi di Ponente.

Bastò un'occhiata alle carte del Panteco per convincere fra Antonio a lasciar perdere l'affare. Troppe imprecisioni, troppe cose messe lì per sentito dire lo avevano fatto insospettire. Invece seppero da alcuni pescatori che le galere di Barbarossa, re di Algeri, li stavano aspettando tra Marsala e Tràpani, acquattate nelle cale di Favignana.

Sul quadrato di poppa della “Santa Croce” l'ammiraglio si consultò con gli altri comandanti, impensierito. L'unica cosa buona in quel momento era il vento di Mezzogiorno e Libeccio che aveva iniziato a soffiare di nuovo e che prometteva di rinfrescare. Per il resto, c'era solo da preoccuparsi.

La velocità diabolica delle galere di Barbarossa era un mistero che nessuno aveva ancora svelato, e gli uomini di fra Ercole temevano di soccombere al primo scontro e di perdere navi, cavalieri, soldati, marinai e rematori. Poco distante da loro, fra Antonio ascoltava in silenzio, mentre ripuliva la sua armatura dalla salsedine.

Ercole di Non si avvicinò al navigatore e gli chiese consiglio. Antonio rispose ponendo una domanda:

    - Chi stanno ai remi degli infedeli?

    - Prigionieri cristiani, – rispose l'ammiraglio.

    - E ai nostri remi?

    - Volontari e prigionieri musulmani.

    - I cristiani remano per non morire e per la crudeltà degli aguzzini. I nostri li potremmo far remare ancora più veloci.

    - Come?

    - Lo spiegherò se mi date carta bianca. Sempre se volete tentare di riportare questa caravana sana e salva a Malta.

    - Parlate più chiaro, fra Antonio.

    - Se il vento rimane così, arriveremo nella zona dello scontro a tutta velocità e con i rematori freschi. Bisognerà promettere agli schiavi incatenati ai nostri remi la libertà in caso di combattimento e vittoria. E un congruo premio in denaro ai bonavoglia, in modo che possano abbandonare questa vita di sudore, sangue, e puzza di urina.

    - Voi dite che non c'è altro modo?

    - Se vogliamo riportare al Borgo di Malta questa caravana, no.

    - Fatemi capire meglio.

    - In caso di vittoria, con il bottino potremo pagare i premi ai bonavoglia. I nostri rematori musulmani li liberiamo a Tràpani e da lì se ne possono tornare a Tùnisi in un giorno e una notte di mare, col vento propizio. Non abbiamo nulla da perdere e tutto da guadagnare.

    - E poi, i rematori per tornare a Malta dove li troviamo?

    - Saranno i marinari e i soldati catturati nelle galere di Barbarossa. Sempre nel caso che sopravviviamo al primo scontro.


L'ammiraglio scambiò uno sguardo perplesso con gli altri comandanti lì presenti; poi, a malincuore, acconsentì.

L'offerta di libertà in caso di vittoria, venne annunciata ai rematori forzati che, dopo un attimo di stupore, lanciarono grida di giubilo che si sentirono in tutta Pantelleria.

Poi le galere dell'Ordine puntarono le prue verso tramontana e si lanciarono sulla costa siciliana di ponente.

La caravana fece una breve sosta a Marsala, dove alcuni frati conventuali sbarcarono per andare a fare visita ai loro confratelli che tenevano un albergo in città e alcuni possedimenti nei dintorni. Visitarono anche un antico battistero dedicato dai primi vescovi lilibetani a San Giovanni Battista. Sorgeva proprio sopra l'antica grotta della Sibilla, vicino al mare. Acqua cristiana sopra l'acqua pagana.

Tornarono all'alba con due pescatori locali pratici di un'isola nascosta dove poter fare acquata.

Non costeggiarono, quindi, la riva tra Marsala e Tràpani, ma navigarono verso il largo, “venti miglia a Ponente del Lilibèo e poi dieci miglia verso Tramontana” , come annotarono sul giornale di bordo della galera capitana.

All'isola giunsero all'alba del giorno dopo, costeggiando a remi le alte falesie di ponente e respirando a pieni polmoni l'aria profumata di pino d'Aleppo, erica, timo e lentisco. Poi si avvicinarono a un Castello abbarbicato su un promontorio alto e scosceso e fecero omaggio alla bandiera di Carlo V che garriva alta sugli spalti. Quindi la caravana diede fondo tra il Castello e un approdo di ghiaino grigio che si intravedeva verso sud. Sbarcarono a terra con un paio di imbarcazioni. E così, mentre fra Ercole di Non si avviava allo Scalo Maestro a salutare il comandante della guarnigione di quel remoto avamposto dell'impero, fra Antonio sbarcò allo Scalo Vecchio, assieme ai pescatori marsalesi e ad una mezza dozzina tra soldati e cavalieri.

Si avviarono in silenzio lungo una mulattiera che si inerpicava a mezza montagna. Mezzora dopo raggiunsero i resti di una chiesetta dalle forme familiari. Era un oratorio di monaci Basiliani.

All'epoca della loro permanenza a Rodi i cavalieri ne avevano visti a decine, sparsi nelle isole più remote dell'Egeo. Per un attimo si sentirono di nuovo nel Levante, a Rodi, a casa.


    - Questa è la chiesa di San Simone, e qui abbiamo trovato sempre acqua bona, - disse il più anziano dei pescatori marsalesi mostrando una sorgente di acqua fresca e pulita che sgorgava copiosa dalle rocce.

    - E quei muri ? - chiese Antonio indicando dei ruderi romani alla loro destra. Mentre parlava faceva scorrere con perizia su un taccuino di carta ruvida un pezzetto di carboncino, abbozzando uno schizzo del luogo.

    - Non lo sapèmo, eccellenza. Piscaturi sèmo. Conoscemo lu mari, li venti, li pisci, ma no li petri e li mura, - rispose l'altro.


Il navigatore annuì con il capo mentre appuntava sul taccuino: ”Resti di stazione romana in forte posizione. Bona sorgente d'acqua e antiche cisterne e canalette. Acqua chiara, bona e bella. Aria amenissima. Probabili rovine più antiche sotto l'oratorio a San Simone dedicato. L'acqua richiama culti antichissimi e perfino il culto di San Giovanni Battista, tenuto in gran conto nella vicina Marsala. E' un loco vocato alla preghiera e alla riflessione. E alla difesa dalle insidie di questo mare.”

Mentre gli altri compagni riempivano di acqua fresca e leggera le botticelle che si erano portati da bordo, fra Antonio osservò verso levante il tratto di mare fra le due isole che si frapponevano tra Marìtima e la terra ferma. Da lì sarebbero forse sbucati gli scafi di Barbarossa. Bastava aspettare il vento propizio, e stavolta sarebbero rimaste a bocca asciutta, pensò.

Tre giorni in tutto durò l'attesa, il tempo che il vento largo di Ponente cominciasse a soffiare da Gibilterra. Partirono di notte con il vento in poppa e si infilarono nel canale tra le isole di Lèvanzo e Favignana a una velocità tale da non dare tempo alle vedette di Barbarossa di rendersi conto della loro presenza. Li aspettavano venire da sud, da Marsala, e si videro spuntare la caravana da Marìtima.

Quando un paio di galere, sentendo odore di beffa, sbucarono da una cala di Lèvanzo e si misero all'inseguimento, bastò ai Giovanniti ammainare le vele e mettere i remi in mare per raggiungere in un amen il porto di Tràpani a voga allegra.

Solo la galera capitana rallentò il suo moto a un miglio dalla città. Poi, inaspettatamente, virò di bordo e si diresse verso la galera algerina che aveva continuato a seguire gli Spitalieri quasi fin dentro il porto. Fra Ercole e fra Antonio bisbigliarono qualcosa tra di loro e poi annuirono in silenzio: qualcosa di inusuale era successo a bordo dello scafo turchesco.

L'abbordaggio fu una cosa da ragazzi, quella volta: nessun grido bellicoso, nessuna scimitarra sguainata, nessuna freccia scoccata dal bordo nemico; nemmeno la bandiera corsara verde con la mezzaluna, il teschio e la clessidra d'argento garriva più al vento. Quando i cavalieri di San Giovanni furono a bordo dello scafo saraceno, il sole che in quel momento si alzava dalla sommità del Monte San Giuliano illuminò una scena paurosa: diversi rematori incatenati ai banchi erano riversi con il capo mozzato, mentre il sangue continuava ad uscire copioso dai corpi riversi, raccogliendosi sul pagliolo della nave corsara.

Su un banco di proravia un rematore nudo, alto e magro come un chiodo messo a digiuno tratteneva per le spalle, con la forza della disperazione, il capitano della galera, sulla cui gola aveva appoggiato la lama di un coltellaccio afferrato nel parapiglia della caccia al convoglio proveniente da Malta. Era successo dopo che i rematori, tutti cristiani, si erano fermati di botto nel bel mezzo dell'inseguimento, insensibili alle nerbate, ai colpi di squarcina e alle esecuzioni sommarie. Quando il capitano, cercando di dare manforte agli aguzzini impotenti, era scivolato su una chiazza di sangue ed era stato afferrato dal rematore, l'ammutinamento era andato a segno.

    - Libertà! Sémo Cristiani! - gridò l'uomo che aveva catturato il capitano turchesco.

    - Libertà! - risposero gli altri rematori, alcuni piangendo di gioia, altri di disperazione per i compagni macellati davanti ai loro occhi.

Incatenati ai remi c'erano anche alcuni siciliani, pescatori sorpresi al largo di Tràpani con le reti in mare, assieme a qualche ligure e a un paio di maiorchini. Ma il grosso degli schiavi, denutriti e malridotti, era formato da maltesi, marinai di un brigantino sorpreso al largo di Gozo con un carico di frumento acquistato ad Augusta. Maltese era anche il rematore che aveva catturato il capitano della galera turchesca. Si chiamava Dominik Zahra.

  • Una bonissima preda, - commentò soddisfatto fra Antonio.

  • Beh, tra soldati e marinai turcheschi, ne abbiamo di gente da mettere al remo. In quanto ai cristiani, vedo solo teste mozzate e omini denutriti da riportare a casa, - commentò fra Ercole Non.

  • Il rispetto dei maltesi quando gli riporteremo a casa questi loro omini, varrà più del loro peso in oro, - ribattè il navigatore.


 (seguono altri 9 capitoli. I due ultimi sono da scrivere..)

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